Terremoto. No alla psicosi. Sì al risk management

– Quello della settimana scorsa in Abruzzo non è certamente il primo terremoto verificatosi in Italia. Nel ventesimo secolo ce ne sono stati molti anche più terribili nelle conseguenze.
Al tempo stesso il fatto che ci sia stato un sisma nell’aquilano non rende affatto una nuova catastrofe in Italia più probabile di quanto lo fosse un mese fa.
Eppure sull’onda emotiva dei tragici eventi a cui abbiamo assistito, la percezione generale del rischio sismico sembra radicalmente cambiata.

C’è chi ritiene che occorra puntare il più possibile sulla previsione del terremoto, potenziando le ricerche nel campo della sismologia e soprattutto non licenziando i 400 sismologi precari dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia.
C’è altresì chi scopre da un giorno all’altro che una buona parte delle abitazioni di questo paese non sono a norma o che ci sono ospedali che dopo quasi 40 anni di lavori in corso non hanno ancora il certificato di agibilità e non sono accatastati – e chiede che si rendano molto più restrittivi i criteri costruttivi e soprattutto i controlli.
L’opinione pubblica appare molto toccata ed è probabile che in questo clima passerebbero a furor di popolo norme che imponessero di edificare solo gioielli architettonici – a prescindere dalle conseguenza sul prezzo delle case, dagli impatti occupazionali nel mercato immobiliare o dalle spese necessarie per sostenere l’apparato di certificazione e di controllo.

Non c’è dubbio che occorra operare affinché tragedie come quelle della settimana scorsa diventino più rare e che bisognerà fare piena luce su alcune vere e proprie truffe che sono state compiute nell’edificazione di alcune strutture.
Al tempo stesso però sarebbe sbagliato che in un mondo complesso come quello in cui viviamo la difesa dal rischio sismico diventasse in maniera acritica la prima priorità nazionale.

Siamo tutti coscienti che molte azioni potrebbero essere intraprese per ridurre le conseguenze di eventi sismici, sia in termini di morti che di danni agli edifici.
Costruire ogni nuova casa secondo tecnologie che rappresentino lo stato dell’arte nella sicurezza; predisporre verifiche severissime su qualsiasi struttura insista sul suolo nazionale e giungere magari fino all’abbattimento e alla ricostruzione di quelle che non risultino a norma; assumere molti nuovi sismologi e dotare il settore di un budget illimitato per la ricerca, con l’obiettivo di arrivare in futuro a prevede l’ora ed il luogo esatti di ogni evento sismico.
Tutto questo servirebbe a salvare vite umane? Certamente sì.

Ma con la stessa logica bisogna riconoscere che anche raddoppiare il numero di poliziotti consentirebbe di salvare vite umane, rendendo possibile una riduzione del crimine.
Analogamente mettere in perfetta sicurezza tutte le strade d’Italia e dotare ogni singolo veicolo di radar anti-collisione e di sistemi verifica remota della velocità permetterebbe pure di evitare molte morti.
E lo stesso farebbero check up medici completi gratuiti ed obbligatori con cadenza mensile per tutti i cittadini.
Il problema è che noi non disponiamo di un budget illimitato. Le risorse sono limitate e qualsiasi somma di denaro noi destineremo collettivamente o individualmente a ridurre il numero delle vittime di un terremoto (o a qualsiasi altro fine umanitario) sarà implicitamente una somma sottratta a un altro obiettivo.

In un momento fortemente emozionale come quello che stiamo vivendo è facile che chi non si proclami “contro i terremoti senza se e senza ma” sia accusato di superficialità o di cinismo.
Si dirà che le 294 vite che si sono spente sotto le macerie abruzzese erano e dovevano essere considerate un “valore assoluto” – che quindi qualunque cosa doveva essere fatta per impedire “quella” tragedia e qualunque cosa deve essere fatta per impedirne di simili.
Ma ogni vita è un valore assoluto, non solo quelle 294, ma anche quella ad esempio dello scooterista che cade e batte la testa a Roma a causa di una buca sulla strada o del tabaccaio ucciso a Lodi ed ogni altra vita perduta per qualcosa che va storto in questo mondo imperfetto.

Negli ultimi 10 anni sono morte in Italia a causa di un terremoto 326 persone (294 in Abruzzo, 28 in Molise e 4 in Sicilia) pari a circa a una persona su 180.000 abitanti in un decennio.
Nello stesso periodo, tanto per fare un paragone, sono morte oltre un milione di persone per tumore e circa 50 mila per incidente stradale.

Obiettivamente di fronte alla scelta se pagare di più per avere una casa leggermente più sicura o utilizzare gli stessi soldi per revisionare con regolarità l’automobile e pagarsi dei controlli medici frequenti, è perfettamente legittimo ritenere più utile la seconda scelta.
Del resto è alquanto discutibile la tesi che è capitato talora di sentire in questi giorni secondo cui è semmai meglio non avere nessuna casa piuttosto che possedere una casa non perfettamente sicura . A quel punto, infatti, si dovrebbe ritenere anche che è meglio non avere nessuna automobile se non ci si può permettere una Range Rover o meglio ancora un mezzo corazzato oppure che è meglio non prendere l’aereo se non si può contare sulle garanzie offerte dalle compagnie “high-cost”.

Quello che davvero servirebbe, quando si affrontano questioni di questo tipo, è un “risk management” serio e razionale.
Ciò implica innanzitutto una chiara identificazione di quali sono in un’ottica complessiva i rischi ai quali siamo sottoposti e stimare sia la possibilità che si verifichino che il danno che provocherebbero se si verificassero.
A quel punto è necessario capire, per ciascuno dei rischi identificati, quali possono essere le azioni di mitigazione del rischio, di quanto lo mitigherebbero e quale sarebbe il costo di tali azioni. Sulla base di questa valutazione si deve decidere se provvedere o meno ad effettuare le attività connesse.

L’alternativa ad intraprendere azioni di prevenzione o mitigazione del rischio è quella di allocare una “contingency” – cioè di riservare, per ogni rischio che resti presente, dei fondi proporzionali alla possibilità che si verifichi ed ai danni che provocherebbe.
La presenza di questi fondi consente azioni reattive, cioè a posteriori, sui quei rischi che alla prova dei fatti si concretizzino.

La disciplina del risk management insegna, in effetti, che non sempre prevenire è meglio che curare. Tutto dipende, infatti, da una scrupolosa valutazione di costi e benefici.
Si badi bene, da questo punto di vista, che il fatto di non implementare azioni di mitigazione per alcuni rischi non rappresenta tirchieria o cattiveria, ma semplicemente la considerazione che i soldi che servirebbero sarebbero spesi meglio, cioè più efficacemente, altrove.
E se 400 sismologi precari saranno lasciati a casa da quel “mostro” di Brunetta magari è perché – a fronte di risorse limitate – si ritiene più utile per la salute pubblica che sia mantenuto il posto di lavoro di 400 oncologi o di 400 agenti della polizia stradale.

Uno dei maggiori problemi di questo paese, purtroppo, è che non riesce ad accettare il concetto di rischio e la necessità di convivere con il rischio.
L’idea che si possa estirpare il rischio dalla nostra vita è un’idea ingenua e sbagliata, così come illusoria è la convinzione hobbesiana che lo Stato abbia gli strumenti per preservare i suoi cittadini dall’incertezza.
Obbiettivamente tante delle attitudini culturali di questo paese possono essere ricondotte in definitiva all’avversione al rischio ed alla pretesa di esorcizzarlo. Un’avversione che non si concretizza solamente nell’approccio alle questioni ambientali (dal nucleare, agli OGM, fino alla tematica del riscaldamento globale) ma anche e soprattutto nel sospetto generalizzato nei confronti del libero mercato, a causa dei suoi “rischi” connessi – la possibilità di perdere il lavoro o i risparmi e in generale il fatto che in tale sistema le posizioni acquisite vengono continuamente rimesse in discussione.
Comprensibilmente la politica, di fronte alla richiesta generale di sicurezza, coglie la palla al balzo. Fa leva sulla “paura” per aumentare la fiducia della gente nell’azione pubblica e dispensa ai cittadini preservativi mentali grazie ai quali credersi al riparo dai pericoli del mondo.
Si tratta, in ogni caso, di fornire un’illusione di sicurezza in quanto nessuno è dotato della sfera di cristallo – nemmeno i politici lo sono. Nessuno sa che cosa si verificherà e quindi che cosa sia più utile prevenire – non potendo in ogni caso prevenire tutto.
Il rischio è che i politici spendano i soldi dei contribuenti non dove è più utile, ma dove è “più scenico”, cioè dove possono meglio dare agli elettori la sensazione di “essere sul pezzo”.
E’ un rischio serio che può essere evitato solo se gli italiani sapranno valutare le questioni relative alla gestione del rischio in modo attento e razionale e sapranno esercitare una vera funzione di controllo sulle modalità in cui il governo spenderà il denaro delle loro tasse.
La psicosi da terremoto, come ogni altra psicosi, rischia al contrario di essere una cattiva consigliera.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Terremoto. No alla psicosi. Sì al risk management”

  1. Ghino di Tacco ha detto:

    Analisi lucida e corretta, bravo…

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