– L’ambiente è un fallimento del mercato? Questo sembrano suggerire non solo le arringhe verdi, e passino, ma anche e soprattutto le scelte normative compiute quasi ovunque nel mondo e le teorie mormorate dai consiglieri ai loro principi. Eppure, l’idea che solo l’intervento dello Stato possa garantire la tutela dei beni ambientali, qualunque cosa essi siano, pare ignorare due verità che la cronaca, quando non la storia, ci consegna.
La prima verità è che i maggiori disastri ambientali dell’era moderna (ché anche nel passato, quanto a ecologia non ci andavano per il sottile) si sono verificati proprio in quei paesi dove l’intervento pubblico era più pervasivo e onnipotente. Chernobyl e il Lago d’Aral si trovano nel territorio dell’ex Unione Sovietica, non in qualche paradiso capitalista, e sono il risultato – diretto e inevitabile – della pianificazione e dei gosplan. Questo non significa, naturalmente, che anche in quello che una volta si chiamava “mondo libero” non si siano verificate eco-tragedie: solo, ce ne sono state meno, meno devastanti, e più rapidamente affrontate e facilmente risolte.
La seconda verità è che, a dispetto di quanto vuole l’ortodossia verde, la proprietà privata raramente causa rovina ambientale: più spesso, conserva la natura. E’ sufficiente, a questo proposito, una passeggiata in qualunque città italiana. Non v’è angolo del pianeta in cui l’incuria dei parchi pubblici e delle risorse collettive non sia resa ancora più evidente. Ancora una volta, questa non è una regola ferrea: esistono spazi privati mal tenuti e luoghi pubblici sfavillanti. Ma gli uni e gli altri sono l’eccezione,
mentre normalmente accade il contrario. Non è un caso: lo struttura degli incentivi tipica della proprietà privata è tale da rendere la disattenzione più costosa, in quanto i costi ricadono direttamente e interamente sul proprietario, mentre nel caso della proprietà pubblica essi vengono “spalmati” sulla società. Le stesse persone che lasciano cadere carte di caramelle e mozziconi di sigaretta sulla strada, si comportano presumibilmente in modo opposto, in casa propria. Ovviamente, possono esistere situazioni specifiche in cui è difficile o impossibile individuare diritti di proprietà, o garantirne l’enforcement. Ma si tratta di casi marginali, rispetto ai quali si pone spesso – per esempio, col sovra sfruttamento delle risorse ittiche – la sfida, politica, di definire ex novo dei diritti di proprietà, attraverso sistemi di quote scambiabili o simili. Il punto essenziale è che, la maggior parte delle volte, la soluzione di problemi ambientali non passa attraverso la produzione di leggi ad hoc, le cui buone intenzioni sono inferiori solo ai cattivi incentivi che creano. La prima forma di inquinamento che andrebbe sconfitta, nell’interesse dell’ambiente, è l’inquinamento burocratico.