Ma non tutti “meritano” quegli aiuti…

– Di Benedetto Della Vedova, da Il Secolo del 15 Aprile 2009 –

Tra febbraio e marzo, agli americani è stato più volte chiesto cosa pensassero delle ipotesi di salvataggio delle Big Three dell’automobile. La domanda che veniva loro rivolta poteva cambiare (in alcuni sondaggi veniva ricordato come appena qualche mese prima le compagnie automobilistiche avessero usufruito di circa 17 miliardi di dollari, in altri casi il “dettaglio” veniva omesso), ma la maggioranza degli intervistati si è sempre mostrata nettamente contraria all’utilizzo di fondi pubblici per il sostegno dei produttori di auto: per un sondaggio Gallup di fine febbraio, i contrari al bailout si attestano addirittura intorno al 70 per cento, mentre secondo una rilevazione della CNN- Opinion Research si tratterebbe del 61 per cento. Cambia poco, il messaggio è chiaro: l’opinione pubblica americana, nonostante lo stordimento provocato dai trilioni di dollari concessi a destra e a manca, conserva nei suoi riflessi i fondamenti liberali che le sono propri, in primis l’avversione verso l’idea che sia compito dello Stato – anzi, delle tasche dei contribuenti – intervenire per salvare aziende in crisi quando non proprio decotte. I problemi delle grandi case automobilistiche americane non sono emersi all’improvviso, ma sono la conseguenza di una debolezza ormai pluridecennale di un settore iper-sindacalizzato, già sussidiato nel passato e fortemente politicizzato. La crisi ha acutizzato un malessere antico, di fronte al quale nessun piano di salvataggio potrà mai funzionare: che piaccia o meno, è il consumatore americano, acquistando sempre più Toyota e sempre meno GM, ad aver decretato il fallimento del colosso Usa. La bancarotta, ha spiegato il presidente a un Paese che giudica il termine come sinonimo di fallimento, in fondo è “un meccanismo per aiutare a ristrutturarsi rapidamente e riemergere più forti” e potrebbe aiutare GM a “risolvere la questione dei vecchi debiti in modo da rialzarsi e incamminarsi verso il successo”. Obama ha ricordato che con l’amministrazione controllata “i lavoratori possono continuare a produrre auto che vengono poi vendute” e che non si tratta affatto “di un processo di liquidazione di una compagnia, che smetterà di esistere”, e neppure l’ipotesi di “avere una compagnia bloccata in tribunale per anni, incapace di uscirne”. Quindi, nessuna intenzione di veder “svanire” l’industria automobilistica Usa, ma nessuna “voglia di perdonare le decisioni sbagliate” della dirigenza.
D’altronde, ormai da anni compagnie straniere hanno impiantato una parte delle loro produzioni sul suolo americano: Toyota, Honda, Nissan, Bmw e Subaru. Cosa le renda “meno americane” delle Big Three è ormai difficile, se non impossibile, stabilirlo: producono negli Stati Uniti, impiegano personale americano, staccano dividendi per i fondi-pensione americani quanto (e spesso meglio) delle compagnie “di bandiera”. La maggioranza degli americani non crede più nella retorica del “ What is good for GM is good for the country ” (mutuabile per le altri grandi compagnie), perché sa che l’economia americana deve il successo degli ultimi quindici anni alla rivoluzione telematica e tecnologia, allo sviluppo di settori nuovi ed innovativi, all’apertura delle frontiere commerciali. Sondaggi alla mano (ma sarebbe bastata la razionalità a suggerirlo), gli americani sono favorevoli ad un’assistenza governativa in favore degli individui, come i proprietari di casa a rischio pignoramento o i disoccupati, ma non amano l’idea che i soldi pubblici vadano a grandi istituzioni come i costruttori di automobili o le banche. L’ubriacatura da “fine del capitalismo” non ha fatto perdere al popolo americano buon senso e prudenza: non è un segnale da poco il fatto che Barack Obama, dopo aver tanto parlato di salvataggio, ora si mostri molto più cauto, aprendo all’ipotesi di bancarotta per GM e condizionando il sostegno pubblico a Chrysler ad una salvifica (ed italiana) ristrutturazione di mercato.

Rispetto alla crisi, il governo italiano non è entrato nel vortice dell’interventismo pubblico. Va riconosciuto a Berlusconi e Tremonti di aver tenuto ferma la barra della navigazione, scegliendo proprio la linea che il taxpayer americano avrebbe gradito: affrontare la crisi sostenendo il reddito dei disoccupati senza stravolgere le regole del mercato e senza bruciare risorse pubbliche. Va in questa direzione l’accordo della scorsa settimana tra Governo e Regioni, grazie al quale si sono resi disponibili con variazioni di bilancio (quindi, senza aumento di tasse e senza ricorso al deficit) 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali in deroga. Passata l’emergenza, è opportuno che da questi interventi si parta per disegnare una riforma strutturale, non emergenziale e di stampo universalistico del sistema degli ammortizzatori sociali, anche immaginando il superamento dello strumento della cassa integrazione straordinaria in favore di meccanismi meno discrezionali e più autenticamente “assicurativi”. L’opinione pubblica americana, con la sua avversione nei confronti di interventi di salvataggio in favore di Wall Street (anche le compagnie automobilistiche e i loro manager abitano lì) a scapito di Main Street, invita i decisori pubblici a concentrarsi sui problemi e le esigenze di sempre, crisi o non crisi.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

Comments are closed.