– Il Ministro Tremonti, alcuni giorni fa, ha dichiarato di trarre ispirazione dalla Bibbia (fortunatamente la Genesi e non l’Apocalisse) per affrontare la crisi finanziaria. Capita spesso di trovarsi davanti la strana tesi secondo cui la crisi finanziaria sia dovuta alla cattiveria, la disonestà, o l’avidità dei banchieri, e che quindi la crisi sia eminentemente un problema morale, che non si sarebbe posto senza questi imperdonabili difetti della natura umana. Scherzosamente, si potrebbe dire che questa teoria confonde il rischio morale (moral hazard) con la questione morale di cui si parla tanto nella politica italiana.
L’interpretazione nasconde però una visione inadeguata alla comprensione dei fenomeni economici. L’errore è il volontarismo, l’idea secondo cui le istituzioni sociali non obbediscano ad alcuna legge sociale e che le società non ottengano altri risultati se non quelli che gli uomini intenzionalmente perseguono. L’idea è che l’uomo sia onnipotente e che le scienze sociali non dicano nulla di rilevante: ogni crisi sarebbe dovuta alle mancanze etiche degli individui, siano essi investitori o politici.
Preventivamente, riassumo la mia posizione sulla crisi finanziaria, argomento tosto, di cui non sono certamente esperto, ma su cui nessuno pare aver le idee chiare (e ciò mi conforta): negli ultimi due decenni le politiche monetarie attiviste di Greenspan, prima, e Bernanke, poi, hanno ridotto il rischio percepito dagli investitori, perché questi sapevano che, in caso di problemi, avrebbero avuto un aiuto dalla Federal Reserve. Qualcun altro avrebbe pagato il conto. E’ come se la Federal Reserve avesse detto a tutti gli investitori: “se investite in un’attività ad alto rischio e le cose andranno bene, guadagnerete un enorme profitto, mentre se le cose andranno male il contribuente pagherà le vostre perdite”.
E’ evidente quali conseguenze ciò abbia avuto per gli investitori e nel momento in cui questi si sono trovati di fronte alle due solite vecchie alternative: un’attività ad alto rischio ed alto rendimento, oppure un’altra a basso rischio, che però rende relativamente poco. Perché preferire quella a basso rischio, se il rischio della prima è pagato da qualcun altro? Secondo i fautori della tesi del “problema morale”, gli investitori dovrebbero continuare a preferire l’investimento poco rischioso. Se ciò non accade è perché non c’è abbastanza moralità tra gli investitori.
Gli economisti riconosceranno in questa strategia il ben noto dilemma del prigioniero: sarebbe meglio per tutti non assumere troppi rischi, ma nessuno da solo sceglie “responsabilmente” l’attività poco rischiosa, perché se questa scelta è fatta solo da una parte degli investitori, costoro subiranno perdite a vantaggio degli altri.  L’investitore “morale” perderà soldi mentre tutti gli altri faranno profitti, e quante più persone fanno la scelta “immorale”, tanto più gli altri perderanno soldi. Il moral hazard infatti farà aumentare gli investimenti, visto che gli investitori “immorali” potranno indebitarsi di più, fare più leva finanziaria, adottare un maggior carry trade, eccetera: ciò farà aumentare il valore di mercato dei beni di investimento, che quindi saranno più costosi per tutti, diventando meno convenienti anche per gli investitori “morali”. Insomma: si chiede agli investitori in un mercato concorrenziale di subire perdite e di sprecare opportunità di profitto, quando l’incentivo, implicito nel sistema di prezzi, è fare il contrario. La cosa è economicamente, e, aggiungo, antropologicamente improbabile. Il moral hazard crea incentivi ad assumere molti rischi: incentivi che prendono la forma di distorsioni nei conti dei profitti e delle perdite. L’investitore morale può perdere tutti i soldi che vuole, ma prima o poi uscirà dal mercato, perché la sua ricchezza prima o poi finirà. Il moralista deve essere molto ricco e molto masochista per nuotare controcorrente, e per questo confidare nella sua morale è come salvare una diga danneggiata mettendo il dito sulla crepa.
C’è anche un problema di informazioni: gli investitori non sono onniscienti, e quello che sanno del mercato lo sanno grazie soprattutto al sistema dei prezzi. Mercati finanziari drogati da una sistematica sottovalutazione del rischio dovuta alla socializzazione delle perdite non forniscono informazioni credibili sul rischio, e quindi gli investitori “morali” non solo perderanno un sacco di soldi, ma probabilmente saranno tratti in inganno dal knowledge problem tanto quanto gli investitori “immorali”: tutti spinti a sottovalutare un rischio che nessuno sa quantificare e localizzare.
Insomma: chi confonde il rischio morale con il problema morale dimentica di considerare come funzionano i mercati, propone una ricetta che è impossibile da mettere in pratica e fornisce una scusa ai veri responsabili della crisi. Non è un problema morale, ma un problema di cattivi incentivi e di cattive conoscenze, indotto da cattive politiche e cattive istituzioni. Checché ne dica Tremonti, per capire la crisi finanziaria i libri di economia servono.