– Le ragioni di metodo e di contenuto in base a cui Calderoli oggi tuona dalle pagine della Stampa contro i referendum elettorali e contro l’ipotesi del loro accorpamento con le elezioni europee sono tanto forti nei toni quanto deboli, ai limiti dell’inconsistenza, nei contenuti.

Calderoli agita, se abbiamo ben compreso, due questioni di metodo e due di merito. Quelle di metodo sono le seguenti:
1. la proposta di accorpamento di europee e referendum è già stata bocciata in Parlamento e i regolamenti di Camera e Senato impediscono di ripresentare e assegnare all’esame delle commissioni competenti una norma già bocciata dalle camere, prima che siano trascorsi sei mesi dalla sua bocciatura;
2. l’esistenza del quorum non solo legittima, ma in qualche misura impone di saggiare la popolarità del quesito attraverso modalità di convocazione della consultazione che non facilitino la partecipazione al voto degli elettori (l’abbinamento diverrebbe così “un anomalo volano che consente di raggiungere il quorum”).
Il primo argomento, quello regolamentare, è quantomeno singolare e neppure la Lega e Calderoli devono esserne così convinti, se a proposito della norma che prevede l’allungamento della permanenza dei clandestini nei centri di identificazione, continuano a richiederne il reinserimento nel decreto sicurezza, malgrado essa sia già stata ripetutamente bocciata sia alla Camera sia al Senato.
Il secondo argomento è una rifrittura della stessa tesi che chiunque, da destra e da sinistra, ha utilizzato, stando al Governo, per giustificare iniziative volte a “disinnescare” la mina politica rappresentata da referendum sgraditi. Che sia un argomento ormai popolare, non significa che sia un argomento sensato. I costituenti, per ovvie ragioni, non pensavano che il “non voto” potesse diventare uno “strumento di voto”.  Con il quorum pensavano di disciplinare, in modo comunque restrittivo, il caso in cui il referendum fosse stato disertato dalla maggioranza degli elettori. Se però le forze politiche giocano, come hanno iniziato da tempo a fare, la carta del non voto (che è un unico contenitore che somma il non voto passivo dei disinteressati e quello attivo di chi vuole difendere la legge sottoposta a referendum dalle abrogazioni proposte) allora salta del tutto lo scenario ipotizzato dai costituenti. Se, andando a spanne, almeno un elettore su quattro non vota quasi mai, per far vincere il No con il non voto occorre raccogliere un numero di sostegni pari alla metà di quelli necessari ai favorevoli per fare vincere il Sì. Se il Governo (come Calderoli chiede) si ingegnasse per fare in modo che nei referendum il voto di ciascun elettore non pesi in modo eguale, ma favorisca i sostenitori del no, non farebbe una cosa costituzionalmente dovuta, ma una “furbata” istituzionalmente sleale.

Le due questioni di merito che Calderoli solleva nella sua crociata anti-referendaria sono invece le seguenti:
1. il referendum consente di assegnare il premio di maggioranza alla lista che ottenga la maggioranza relativa di voti con percentuali molto lontane da quelle della metà più uno degli elettori. Quindi, “col referendum, c’è un rischio-fascismo”;
2. il costo del referendum (anche quello politico, connesso alla necessità di reperire, con scelte precise, le risorse per finanziarne la tenuta) non può essere addossato al Governo o alla maggioranza ma andrebbe rinviato al mittente, cioè al Comitato promotore.
Il primo argomento, con annesso “rischio-fascismo”, potrebbe essere riproposto tale e quale nei confronti della Legge Calderoli oggi vigente, che in teoria consente a una coalizione (o a una lista) che ottenga il 25% dei voti di accaparrarsi il 55% dei seggi. Il fatto che il beneficiario del premio di maggioranza sia una lista, anziché una coalizione pluripartitica, non cambia la natura del beneficio. In generale tutti i sistemi elettorali maggioritari o con premio di maggioranza prevedono la possibilità teorica che, a fronte di una grande frammentazione politica, chi ottiene un’infima maggioranza di voti ottenga anche un’enorme maggioranza di seggi. Ma nella realtà, i sistemi elettorali funzionano assai meglio, perché creano incentivi all’aggregazione assai più trasparenti dei meccanismi di equilibrio delle coalizioni pluripartitiche.
Il secondo argomento è manifestamente assurdo, perché come è noto a chiunque e, a maggiore ragione, ad un ministro dell’esperienza e della competenza di Calderoli, il Comitato promotore rappresenta, con prerogative analoghe a quelle di un potere dello stato, quella frazione del corpo elettorale che ha promosso i referendum. Il Comitato promotore è il “canale” e insieme il “garante” dell’attivazione e della corretta attuazione di una prerogativa politica che la Costituzione assegna agli elettori, rispetto a referendum la cui ammissibilità in termini formali e sostanziali è valutata da magistrature terze (Cassazione e Corte Costituzionale). Il compito del Governo (a prescindere dalle posizioni di merito sul quesito) è quello di garantire, non di boicottare l’esercizio di un diritto costituzionale ed è dunque quello di organizzare la tenuta della consultazione, senza pregiudicarne l’esito. Garantire questo diritto, significa anche finanziarne l’esercizio. Il voto referendario, alla stregua di quello politico e amministrativo, è un costo della democrazia, non un onere privato degli elettori che decidono di partecipare al gioco democratico. Alla Lega è toccato, in varie occasioni, di promuovere o sostenere referendum che, per boicottaggi politici analoghi a quelli che ora il Carroccio invoca, non hanno raggiunto il quorum. Nessuno presentò il conto il Via Bellerio.