Un “buono nuova vita” per le vittime del terremoto.

– Il terremoto abruzzese rappresenta la calamità naturale più grave verificatasi nel nostro paese nel nuovo millennio e l’attenzione dello Stato in questi giorni è stata doverosamente rivolta a salvare quante più vite possibili ed a garantire un rifugio temporaneo alle persone che hanno dovuto abbandonare la propria dimora.
Il governo si è senz’altro mosso bene nella gestione più immediata dell’emergenza e la nostra protezione civile ha dimostrato il consueto standard di efficienza.
Come molti hanno osservato, tuttavia, la fase più che maggiormente qualificherà in positivo o in negativo la gestione complessiva della crisi sarà quella che comincerà quando si spegneranno i riflettori mediatici e scemerà l’alto livello di emozione che si riscontra nel paese a riguardo degli eventi abruzzesi.
Allora bisognerà intraprendere il difficile percorso della ricostruzione – un percorso sulla cui gestione è legittimo nutrire fin da oggi dubbi e preoccupazioni, sulla base di quanto è avvenuto in precedenza quando questo paese ha dovuto confrontarsi con circostanze analoghe.
L’implementazione dei piani di ricostruzione, nel passato, è stata caratterizzate da un alto grado di inefficienza.
Quasi sempre le ricostruzioni pubbliche finiscono per essere un grande affare per la classe politica e per gli imprenditori “amici degli amici” – oltre che specie in certe parti d’Italia per le organizzazioni del racket.
Meno di frequente invece riescono a soddisfare rapidamente le esigenze degli sfollati.
Paradigmatica da molti punti vista è l’esperienza della ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980, tuttora incompleta a distanza di quasi trent’anni, malgrado siano stati stanziati oltre 32 mila miliardi, attraverso 27 diverse leggi.
I fondi allocati alla ricostruzione in Irpinia hanno sforato di oltre 10 volte le stime iniziali e la cuccagna ha alimentato un perverso intreccio di politica e camorra.
Lo scenario irpino rappresenta probabilmente il caso pessimo, ma è indubbio che i piani di ricostruzione sono tali da aumentare a dismisura il potere discrezionale della politica e quindi da creare le condizioni ambientali per l’affermarsi di relazioni clientelari e di comportamenti poco virtuosi.

Sulla scia delle esperienze passate andrebbe seriamente valutato un sostanziale cambiamento del modello di ricostruzione.
L’idea potrebbe essere quella di passare da un modello interamente gestito dallo Stato ad un modello finanziato dallo Stato, ma affidato nelle scelte implementative agli individui ed al mercato.
Dopo una fase in cui siano stimati i danni subiti da tutti i privati, lo Stato dovrebbe assegnare direttamente ad ogni famiglia i soldi che la compensano della perdita o del danneggiamento dell’abitazione.
Una sorta di “voucher-ricostruzione” o meglio ancora di “voucher-nuova vita” che consentirebbe subito ai cittadini di tornare proprietari del valore dell’immobile e di decidere a quel punto liberamente come e dove rifarsi un’esistenza, lasciando alle spalle la distruzione e la tragedia.
Non sarebbe verosimilmente una soluzione più costosa in quanto le spese per i piani pubblici di ricostruzione sono solite gonfiarsi a dismisura, con parte significativa dei fondi che sono puntualmente distratti per ragioni politiche verso finalità diverse da quelle originariamente previste.
I beneficiari dell’erogazione potrebbero scegliere liberamente come spendere i soldi.
Avrebbero modo naturalmente di attendere che venga edificata da qualche costruttore una nuova casa nel luogo che hanno dovuto abbandonare. Ma potrebbero anche acquistare immediatamente un’abitazione già esistente eventualmente in un’altra città o addirittura in un’altra regione.
Niente vieterebbe peraltro che decidessero di impiegare il denaro in maniera diversa, ad esempio per avviare un’attività produttiva, dato che per molti non si tratta solo di aver perso un immobile ma anche il lavoro che svolgevano prima della sciagura.
Le scelte sarebbero sicuramente le più diverse ed alcuni senz’altro potrebbero decidere di costruire il loro futuro lontano da L’Aquila, lontano da Onna, lontano da Villa S.Angelo.

Accettare questo scenario significa, evidentemente, fuoriuscire dalla  logica del “dov’era, com’era”.
Inutile illuderci, del resto. Con il terremoto niente potrà più essere identico a prima.
L’idea di restituire alla provincia dell’Aquila l’identica fisionomia demografica ed economica precedente alla catastrofe ha in astratto un forte fascino, ma si scontra con la realtà.
Il terremoto non ha fatto crollare i palazzi, ma ha anche compromesso tutto un insieme di relazioni sociali ed economiche destinate sì a riavviarsi, ma in forme che non possono più essere quelle precedenti alla tragedia.
Non è possibile – non è economicamente e logisticamente efficiente – che si ricerchi forzosamente di restituire vita ad ogni singolo borgo, ad ogni singola strada.
Ed anzi per molti versi è pericoloso, per le dinamiche sociali che possono generare, che decine di migliaia di persone siano lasciate per anni in un limbo in attesa che tutto sia ripristinato.

Dobbiamo riconoscere che le persone hanno l’opportunità di reinserirsi più facilmente e proficuamente in realtà economiche sane che hanno ragionevolmente il potenziale per assorbire chi “fugge” dall’Aquila.

Si tratta di privilegiare una visione pragmatica, realistica e basata sugli interessi degli individui, rispetto ad una visione romantica e un po’”palestinese” basata sull’orgoglio collettivo e sul rifiuto concettuale di quanto purtroppo è avvenuto.
L’obiettivo deve essere oggi quello di mettere il prima possibile le persone colpite dal terremoti in condizione di camminare sulle loro gambe e non quello di creare a beneficio del ceto politico una costituency di assistiti, alimentando una “mistica da campo profughi”, un’attesa di interventi messianici ed una dipendenza di lungo termine dall’intervento pubblico.

Affidiamo allora il denaro ai nostri concittadini colpiti e non ai politici.
Rinunceremo probabilmente ad assistere nei prossimi anni a grandiose cerimonie ufficiali, a pose della prima pietra ed a tagli di nastri.
Ma consentiremo agli sfollati di vivere presto tante piccole cerimonie private – di festeggiare il Natale, magari già quest’anno, nella loro nuova casa e di tornare ad essere fin da subito parte attiva nel tessuto sociale e produttivo di questo paese.
Anche a costo di dover apporre il cartello “CHIUSO” su qualche comune dell’Aquilano.
Sarebbe una scelta saggia, pratica ed in larga misura liberale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Un “buono nuova vita” per le vittime del terremoto.”

  1. maria greco ha detto:

    sono una che il terremoto abruzzese lo ha vissuto in tutta la sua violenza,perdendo ogni cosa,ogni bene ogni ricorda,annientata negli affetti,nei beni costruiti col lavoro di una vita. nessuno veramente aiuta i casi più disperati. il terremoto non è stato per tutti uguale,così i terremotati. C’è chi ha la casa inagibile ma non distrutta e chi non ha potuto recuperare nulla o non gli è stato permesso di farlo perchè è tutto raso al suolo.condivido l’opinione del Ing. Faraci in pieno,è la soluzione migliore,quella meno dispendiosa,la più giusta. Perchè chi ha perso tutto,anche il lavoro deve essere costretto ad indebitarsi per poter sopravvivere?

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