– Giovedì scorso Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Federazione Russa, salutava con favore la nuova era di distensione con gli Stati Uniti di Obama. Perché? Vedere cosa è successo in Moldavia (repubblica ex sovietica) per credere.
In Moldavia (il cui nome ufficiale sovietico è Repubblica Moldova), i comunisti (non “post” e neppure “neo”, ma comunisti duri e puri) pro-Cremlino hanno vinto le elezioni con più del 50% dei voti. Il presidente Vladimir Voronin afferma che le elezioni sono state libere ed eque, nel rispetto degli standard internazionali e dei diritti umani. L’opposizione, costituita da una coalizione di partiti liberali e popolari, la pensa diversamente: brogli e intimidazioni ai danni degli elettori, soprattutto fuori dalla capitale Chisinau. Il segretario del Partito Liberale, Vlad Filat, ha dichiarato alla Reuter che: “le autorità non hanno rispettato i patti stipulati con il presidente Voronin” per permettere all’opposizione l’accesso alle liste dei votanti.
Gli osservatori internazionali denunciano violazioni minori. Il portavoce dell’Organizzazione in Moldavia, Matti Sidoroff, ha dichiarato che il processo elettorale abbia rispettato i principali standard internazionali, ma il 6 aprile, durante lo spoglio, aveva anche citato casi di “indebita pressione amministrativa” nel voto.
Al di là dell’indignazione per il sospetto di frodi, l’opposizione teme di assistere alla crescita di una nuova dittatura post-sovietica, in grado di mantenere il potere, più o meno democraticamente, in un periodo di tempo indeterminato. I comunisti, con una maggioranza schiacciante, possono rieleggere il prossimo presidente della repubblica, mantenere il controllo sull’esecutivo, sulla magistratura e sull’economia locale, negare alla Moldavia le sue aspirazioni a entrare nell’Ue e nella Nato, oscillare fra una politica pro-russa o pro-occidentale a seconda del momento, come tutte le dittature post-sovietiche. Questo contribuisce a spiegare la rabbia scoppiata soprattutto fra i giovani universitari, scesi in piazza e gettatisi all’assalto delle istituzioni. Un morto, 270 feriti, 193 arrestati: è questo l’esito del martedì di fuoco a Chisinau.
Vladimir Voronin ha subito trovato il suo capro espiatorio: la Romania. Il suo ambasciatore è già stato dichiarato “persona non grata”, è stato negato l’accesso ai cittadini rumeni, i reporter loro connazionali sono stati espulsi, un rumeno è stato arrestato, accusato di aver contribuito a pianificare i disordini.
Non è un caso che si scelga di scaricare la responsabilità su Bucarest, perché la Moldavia ha una maggioranza di lingua neolatina, una bandiera uguale a quella del vicino europeo e una storia di appartenenza alla Romania dal 1918 fino alla II Guerra Mondiale, quando, in base al Trattato Ribbentrop-Molotov l’Urss di Stalin occupò militarmente la regione Bessarabia (attualmente divisa fra Moldavia e Ucraina). La Romania fu già accusata di alimentare le insurrezioni moldave negli ultimi anni dell’Urss, quando la popolazione, nel 1988, avviò un vasto movimento di protesta per ripristinare l’uso della propria lingua neolatina al posto del russo ufficiale. Nel 1991, quando la Moldavia dichiarò la propria indipendenza dall’Urss e chiese il ritiro della XIV armata sovietica dal territorio della Transnistria, i russi intervennero militarmente, separarono, di fatto, la loro regione al di là del Dniestr dal resto del Paese (proprio come hanno fatto con l’Ossezia nell’agosto del 2008 a spese della Georgia) e minacciarono ancora la Romania. “Possiamo arrivare a Bucarest in due ore” affermava più volte il generale Alexandr Lebed durante quella guerra, per far capire al vicino che stava facendo sul serio.
C’entrano i russi anche in questa crisi? C’entrano eccome, nel senso che incombono nel teatro d’operazioni. I Russi sono sempre militarmente presenti nella Transnistria e possono intervenire ancora per poi dichiarare l’indipendenza della regione moldava a maggioranza russa. Per ora si limitano alle minacce, sia da parte del ministro degli Esteri Sergej Lavrov (anch’egli ha accusato la Romania di aver fomentato i disordini), che dell’ultimo presidente dell’Urss Michail Gorbachev. Il quale, dal suo buon ritiro, tuona contro le “ingerenze straniere” nella repubblica ex sovietica. Seguendo il solito schema, i partiti nazionalisti russi additano la responsabilità di un nemico esterno che starebbe complottando per rovesciare il governo moldavo. Non mancano le accuse lanciate alla Cia, il capro espiatorio classico di tutti i regimi post-comunisti. Mercoledì, all’indomani degli scontri a Chisinau, il vice-capogruppo parlamentare di Russia Unita (quello di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev) dichiarava che lo scopo dell’insurrezione fosse: “Indebolire l’influenza della Russia nei paesi della ex Unione Sovietica affinché intorno alla Russia non vi siano più Stati filorussi”. Il partito putiniano ha ribattezzato arbitrariamente la rivolta “rivoluzione lilla” (visto che “in Moldavia crescono i lilla”) per sottolineare la continuità con le rivoluzioni “colorate” (rosa e arancione) di Georgia e Ucraina, tutte, secondo la propaganda russa, “pilotate dalla Cia”.
Tutto segue il solito schema delle rivoluzioni e controrivoluzioni nelle repubbliche ex sovietiche, dunque. Tranne una cosa: il silenzio assordante di Ue e Stati Uniti. Sia nel caso della Rivoluzione delle Rose in Georgia (2003), che in quello della Rivoluzione Arancione in Ucraina (2004), Bruxelles e Washington avevano preso posizione al fianco dei partiti democratici e filo-europei. Oggi tacciono, mostrano imbarazzo di fronte alle accuse rivolte alla Romania, danno un appoggio sostanziale alla classe dirigente comunista. Javier Solana, alto rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza dell’Ue ha immediatamente definito “inammissibile” l’assalto alle sedi istituzionali da parte degli insorti. E’ evidentemente inaccettabile issare la bandiera blu stellata dell’Ue su un palazzo presidenziale, come hanno fatto i liberali moldavi. Non c’è stata alcuna protesta per l’arresto di 193 oppositori. Solo un invito alla calma rivolto salomonicamente a entrambe le parti. La Repubblica Moldova parteciperà regolarmente all’incontro per la partnership dell’Est con i membri del club dei 27. Come gesto di buona volontà, Voronin ha concesso all’opposizione il riconteggio delle schede. Sapendo che la Corte Suprema, le commissioni elettorali e tutta la macchina dello Stato sono già nelle sue mani, è sicuro di veder confermata la sua vittoria. Bruxelles è intervenuta solo per smorzare la tensione con la Romania (suo membro a pieno titolo) ma non è affatto diminuito il volume di accuse verbali riversate su Bucarest da Voronin e da Mosca. La Nato (di cui pure la Romania fa parte) tace da quattro giorni. Barack Obama, appena tornato dall’Europa, non ha speso una sola parola sulla crisi.
Ecco perché il Cremlino festeggia la nuova era di rapporti con l’Occidente: ha capito di avere carta bianca sulle sue ex colonie. E che minacciare un Paese membro della Nato e della Ue non costa più nulla.