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Attenti Governi: il protezionismo è una filosofia di guerra

– La recessione, nella quale è ormai finita l’intera economia mondiale, sembra aver impresso una brusca inversione a quel processo di globalizzazione ed integrazione dei mercati internazionali che aveva avuto una robusta accelerazione nell’ultimo trentennio.
Pochi ricordano che i primi veri processi di globalizzazione risalgono in effetti al XIV Secolo, con il vivace commercio di spezie, oro e argento tra l’Europa medievale dei lussi e delle mondanità e la Cina della dinastia Ming. Spinti dagli enormi guadagni ottenibili con il commercio di oro e argento da e verso la Cina, i mercanti veneziani avevano già mostrato all’Europa i vantaggi del libero scambio, capace di rendere accessibili ad un numero sempre più ampio di persone prodotti fino ad allora considerati prerogativa di sceicchi e maragià. Successivamente, causa la penuria dell’argento, chi governava Venezia e gli altri Comuni italiani cominciò a limitare la libertà di esportare il metallo prezioso. Nel giro di pochi anni, il commercio con la Cina collassò e si dovette aspettare quasi un secolo prima che il volume d’affari ritornasse sugli stessi livelli. Oggi come allora, la miopia dei governanti sembra dare ragione alla paura e non alla lungimiranza, alla chiusura e non all’apertura, insomma, alla protezione e non alla libertà.
Ormai quasi nessuno sembra più credere nel libero mercato. Forse perché nell’immaginario collettivo la parola “protezione” evoca l’immagine di una chioccia intenta a difendere i propri pulcini o di una rondine che protegge amorevolmente sotto le ali i suoi rondinini. Niente di più sbagliato. L’inganno è innanzitutto di natura lessicale: nel lungo periodo il protezionismo non protegge proprio nessuno. Smorzando la pressione concorrenziale internazionale, il protezionismo contribuisce a far calare l’efficienza, la creatività e l’innovazione di un sistema economico. Con il solo risultato di renderlo più fragile ed esposto alla concorrenza internazionale quando inevitabilmente le protezioni verranno abbassate. Un po’ come un giovane cresciuto, come si dice, nella “bambagia”: alle prime sfide della vita, crolla. Ma questo è solo il primo degli effetti distorsivi del protezionismo. Quando i governi proteggono le loro produzioni interne imponendo dazi o tasse sull’importazione, si ottiene un duplice danno. Anzitutto, si rendono più costosi i beni importati a danno dei consumatori locali. Secondo, l’innalzamento dei prezzi finisce per impedire una quota di scambi: così come – quando il Doge scelse di limitare la libertà di commercio – tante famiglie veneziane dovettero rinunciare alle spezie per i loro piatti, così oggi con il protezionismo si finisce per lasciare insoddisfatta una parte dei consumatori. E’ quello che solitamente viene definita in microeconomia una “perdita secca di benessere”: una porzione di benessere che non va né ai consumatori, né ai produttori. E, di fatto, nemmeno allo Stato sotto forma di tributi. Un’altra, ma di certo non l’ultima, inconvenienza dei dazi all’importazione è che modificano i prezzi e, così facendo, distorcono l’informazione che questi veicolano al mercato. Gli operatori si confrontano così con valori “drogati”, sovra o sottostimando l’entità della domanda e dell’offerta.
A questa serie di inconvenienze di natura sostanzialmente microeconomica, se ne aggiungono altre di livello macro come l’eccessiva inflazione, la rarefazione dei prodotti presenti sul mercato, l’impossibilità di finanziare gli squilibri finanziari con disavanzi momentanei nel saldo delle partite correnti. E poi vi sono inconvenienze di natura filosofica: che diritto ha il governo di decidere quali beni tassare e quali no? Perché non viene lasciata la libertà ai cittadini di scegliere se preferire i beni nazionali a quelli esteri? Perché obbligarli a pagare merci e servizi a prezzi più elevati? Nella realtà, quindi, il protezionismo crea molti guai e pochi benefici, peraltro di natura breve e fugace. Anche il più incallito no-global non può restare insensibile ad un’evidenza: l’Europa del nazismo e della guerra era un continente intriso di protezionismo, l’Europa della pace è stata il campione dell’integrazione economica e l’avamposto dell’abbattimento delle barriere.
Ammoniva Ludwig Von Mises: “Ciò che genera la guerra è la filosofia economica del nazionalismo: embarghi e controlli sui commerci, svalutazioni monetarie. La filosofia del protezionismo è, essenzialmente, una filosofia di guerra”.


Autore: Gabriele Giovanni Vecchio

Nato a Milano nel 1988, studia Economia e Finanza in Bocconi. E' membro dell'associazione Studenti Bocconiani Liberali - Milton Friedman Society. Partecipa alle iniziative politiche e legislative del gruppo Facebook "Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare".

4 Responses to “Attenti Governi: il protezionismo è una filosofia di guerra”

  1. Ross ha detto:

    Bravo Fitch, è un articolo molto ben fatto. La struttura logica non fa una grinza, sei il chirurgo della letteratura economica. Abbini capacità di sintesi, correttezza e densità di contenuto. Thumbs up!
    (anche se l’argomento non è dei più rivoluzionari e la forma non provocatoria)

  2. bruno ha detto:

    Mi sembra un articolo un po’troppo dottrinale.Andiamo sul pratico.Mario gestisce un negozio d’abbigliamento di capi italiani.L’operaio Fiat trova più conveniente vestirsi sulle bancarelle dei cinesi comprando merce cinese.Ma allora Mario compera una Ford.Morale:Mario col suo negozio è in crisi e gli operai fiat vanno in cassa integrazione.Si dirà qualcuno,questa è la libertà economica che alla lunga produce ricchezza per tutti.Ecco il problema:”Alla lunga” cioè non si tiene conto del fattore tempo.Andiamolo a raccontare ai 300 operai della Safilo che stanno per perdere il lavoro.Diciamogli che un domani potranno comperare gli occhiali fatti in Cina a minor prezzo.Dirglielom e fuggire sarebbe tutt’uno.A proposito il mese scorso la UE compatta ha decretato l’introduzione di un dazio dell’80% su tutte le viterie bullonerie provenienti dalla Cina.Come volevasi dimostrare.

  3. Andrea B ha detto:

    Viti e bulloni cinesi soggetti a dazio per proteggere quelli europei ?
    Viva l’ Europa che punta sull’alta tecnologia …

    Mi permetto di osservare che le risposte alle sue obiezioni le trovi se rilegge l’articolo … sennò davvero si rimane sempre alla logica delle bancarelle.
    Solo una domanda circa il suo esempio: “Mario gestisce un negozio d’abbigliamento di capi italiani. L’operaio Fiat trova più conveniente vestirsi sulle bancarelle dei cinesi comprando merce cinese.Ma allora Mario compera una Ford” …
    Non mi è chiaro il nesso economico di ciò, a meno che lei voglia dire che Mario NON compra fiat per ripicca …
    Evidentente lei acquista vestiti italiani a prezzi italiani( fatti nei laboratori cinesi a Prato) e guida fiat: contento lei…

  4. Gabriele (autore dell'articolo) ha detto:

    X Bruno: Capisco la tua visione del problema. Il fatto è che ogni stato deve concentrarsi su ciò che è in grado di produrre alle migliori condizioni. Poichè i cinesi hanno costi minori, è giusto che essi inondino i mercati di beni a basso prezzo.

    Il problema è che Mario vuole produrre bulloni con curve di costo che non gli consentono di competere con i cinesi. E allora Mario chiede di essere protetto.

    Il problema è che Mario non dovrebbe proprio mettersi nel business dei bulloni perchè ha perso in partenza. Dovrebbe puntare su beni che i cinesi non possono copiare i.e. ad alto valore aggiunto (high tech, lusso).

    Sarebbe una truffa verso i consumatori italiani quella di favorire Mario.

    Il problema temporale: i politici dovrebbero avere un orizzonte di lungo periodo. Altrimenti che politici sono?!

    PS. Le tariffe della UE non mi stupiscono. La UE non è proprio il campione del libero mercato..

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