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Comunicazione liberale: può essere popolare?

– Piero Ostellino nel suo ultimo saggio (“Lo Stato Canaglia”) afferma che gli italiani hanno un forte pregiudizio nei confronti del liberalismo (che quindi sostengono poco) semplicemente perché non lo hanno mai conosciuto e non sanno che cosa sia. Secondo il giornalista né lo Stato, né la scuola, né l’editoria, né la stragrande maggioranza degli intellettuali, né la politica hanno provato a spiegare agli italiani cosa voglia dire essere liberali. È evidente che queste considerazioni sono profondamente vere eppure sono molti i politici di ispirazione liberale e numerosi gli opinion makers che con interventi e posizioni riformiste esercitano un discreto appeal nel dibattito pubblico.
E allora perché manca il passaggio successivo? Come mai il “parlare liberale” non tocca l’elettore medio? O meglio perché le soluzioni liberali sembrano a tutti, politici e studiosi, di buonsenso ma non riescono a stimolare emotivamente i cittadini?
In molti ritengono che sia più facile essere liberali in un dibattito tra pochi piuttosto che soli in una piazza che ti ascolta. Effettivamente si potrebbe pensare che la comunicazione e il “parlare” liberali non siano abbastanza popolari, ma alquanto elitari.
Probabilmente i messaggi liberali risultano poco accessibili perché, nella loro “costruzione”, sono indirizzati a un target di cittadini informati e di cultura medio-alta, che esigono uno sviluppo articolato dell’argomentazione politica. Il problema è che per attirare un consenso che potremmo dire di “gamma alta” si tende a tralasciare completamente la comunicazione diretta, semplice e mirata a un pubblico più vasto.
L’elettore medio non ha pienamente in mente quali siano i temi-bandiera dei politici liberali e riformisti, non ne ricorda uno slogan e non fa propria né emotivamente “vive” una convinzione liberale, perché probabilmente non riesce ad associarla a un bisogno personale o a un problema generale.
Insomma la comunicazione politica liberale sembra tendere a offrire la soluzione senza riuscire a trasmettere pienamente quale sia il problema iniziale da risolvere.
Dal punto di vista del marketing comunicativo il pensiero liberale raggiunge solamente una nicchia di ascoltatori, ma fallisce completamente l’obiettivo di allargare il proprio bacino di elettori potenziali.
Il “parlare liberale” non intercetta le richieste, le domande e anche le paure della popolazione o meglio non riesce a porsi come interlocutore per le esigenze più semplici che la gente riporta alla politica.
Il paradosso evidente di questa difficoltà comunicativa è che soluzioni potenzialmente utili a una vastissima platea di persone risultino non popolari o appaiano addirittura, in modo grottesco, favorevoli a corporazioni o a determinati gruppi economici. Parlo di proposte come la flexsecurity, la battaglia pro-ogm, l’abolizione del valore legale della laurea che, nonostante il carattere innovativo per un paese come l’Italia, non centrano l’obiettivo per mancanza di una comunicazione adeguata e per colpa di un’opposizione trasversale, spesso organizzata per smontare qualunque proposta riformatrice.
Si finisce quindi in una singolare situazione, nella quale proposte chiaramente anticorporative e per il rinnovamento vengono incredibilmente ribaltate e presentate dai loro avversari come volte a garantire le posizioni di privilegio che invece intendono combattere.
Insomma al partito di chi tende a rimandare qualsiasi riforma e ai conservatori di ogni colore politico si aggiunge una comunicazione che non riesce a smontare la demagogia degli oppositori, ma ne viene sopraffatta.
A tutto questo va aggiunta l’immagine dei liberali, che risulta abbastanza distorta; l’orgoglio identitario del sentirsi liberali e la patente dei veri riformisti sono svalutati da una frammentazione eccessiva dei liberali stessi in vari partiti, associazioni, circoli, think-tank. Per molti è persino difficile definire la collocazione dei vari gruppi liberali.
In definitiva i liberali sono bravi a scegliere i mezzi di comunicazione (anche quelli più innovativi) ma devono rendersi conto che il messaggio comunicativo risulta piuttosto vecchio, un po’ – diciamo – da convegno.
Il liberale può essere popolare? Usare slogan semplici, corti e mirati non è solamente demagogia. Tocca incominciare a “colpire” l’elettore medio e non solo cercare di convincerlo.


Autore: Christian De Mattia

Nato a Milano nel 1983, laureato in Economia Aziendale all'Università Bocconi, specializzando in Management per l'impresa e Marketing. Appassionato di comunicazione politica, collaboratore del quotidiano online "Il Legno Storto" e blogger del sito "Il Fazioso Liberale"

19 Responses to “Comunicazione liberale: può essere popolare?”

  1. Francesco ANT ha detto:

    I cittadini italiani non apprezzano le potenzialità di una riforma liberale perchè si sono ormai abituati alla condizione di sudditi della pubblica amministrazione.
    Per poter fare un esame all’ospedale passando avanti a tutti…basta conoscere il primario. E poi ringraziarlo, inviando dei fiori alla moglie. Perchè c’ha “fatto il favore”.
    Per potersi laureare senza troppi mal di pancia, basta la telefonata la sera prima all’amico di papà…”che mio figlio è studioso, ma si innervosisce agli esami”. E poi invitare a cena il professore…perchè c’ha “fatto il favore” e poi perchè “è sempre bene conoscere persone importanti”…che possano manipolare anti-democraticamente i beni pubblici, cioè di tutti.

    E poi gli ordini professionali. Certo, in una società dove la mobilità sociale non esiste o comunque è tipica delle società dove esistono le classi nobiliari (come l’Italia del 1800 o l’India di oggi), dove il figlio dell’architetto fa l’architetto, il figlio dell’operaio fa l’operaio, si pensa che l’illiberalità sia una tutela delle proprie posizioni, si pensa che nella competizione si possa soltanto perdere. Certo! Perchè si sa che si sta occupando un posto soltanto perchè è impedito ad altri migliori di noi di prenderlo!

    Il liberalismo si potrà apprezzare quando non ci saranno sufficienti prebende per tutti…e quindi ben venga la crisi! E’ un’occasione d’oro per smontare i cardini dell’illiberalismo…che è pane del PDL e del PD. Come dice Pannella (che per molti versi non apprezzo)…il mono-partitismo all’Italiana.

    E agli amici radicali che sono approdati o su una sponda (Della Vedova, Taradash, Capezzone, etc.) o nell’altra (Bonino, Perduca, etc.) dico: è l’ora del polo liberale (anche se tatticamente candidando uomini e donne sia nel PD che nel PDL che nelle liste civiche).

    PDL e PD sono intrise di clericali, di fascisti di destra e fasciti di sinistra, di statalisti, di illiberali nell’anima.

    Facciamo uno sforzo di riavvicinamento di tutte le anime liberali: Radicali, Libertiamo, etc. etc.!

  2. Christian De Mattia ha detto:

    Il riavvicinamento sarebbe sicuramente auspicabile ma solo in presenza di un progetto a lungo termine collegato a una nuova visione di comunicazione politica.
    Bisogna superare gli individualismi, non perdersi nei personalismi.
    E conta soprattutto uscire da una visione di nicchia, da intellighenzia liberale. E’ negativa l’immagine di politica da convegno (o addirittura salotto).
    Poi ovviamente servirebbe una politica liberale ad ampio respiro e non inquinata da conservatorismi di ogni genere.
    Secondo me non è tanto l’abitudine degli italiani a politiche non liberali il motivo di questa situazione ma piuttosto il fatto che le soluzioni di stampo riformista non sono immediatamente collegabili a bisogni primari e problemi generali.
    Serve uno sforzo di chiarezza, semplicità. Meno forma più idee semplici con un linguaggio fresco.

  3. Oreste ha detto:

    Hai scritto delle cose vere,intelligenti e pienamente condivisibili.Mi auguro che i tantissimi che le pensano inconsciamente ne divengano consapevoli. Mi congratulo con Te.

  4. elenasofia ha detto:

    Parliamoci con chiarezza: i liberali, i radicali, cioè tutti quelli che pensano con la loro testa e non si piegano ai dogmi, sono visti come il fumo negli occhi (anche dai comunisti) ma soprattutto dalla chiesa cattolica, che infatti dialoga con i comunisti, con i musulmani, ecc. ma non con i liberali.

  5. Elena ha detto:

    Servirà a ben poco questo articolo, questo giornale on-line rimarrà di nicchia e chi scrive non arriverà ai cuori della gente comune. Anche se dicono di provarci, dubito ne siano capaci. Come si fa a divulgare cultura in questo modo? I liberali di Libertiamo stanno a cuccia e fanno i bravi. Punto. Molti degli articoli che trovo qua trattano argomenti che posso benissimo leggere in altre parti. In che cosa si differenzia questo spazio?
    Anzichè spiegare i concetti di base e fondamentali del liberalismo (che tanta gente non conosce non per stupidità ma per poca cultura politica) scrivono articoloni con bei paroloni. Non arriveranno a nulla così. Che se ne stiano nella loro intellighenzia, pochi li andranno a cercare. E purtroppo questi “liberali” non sanno parlare alla gente, possono organizzare qualche convegno solo con chi liberale lo è già. Troppo facile.

  6. Alessandro Caforio ha detto:

    tu invece cosa faresti?

  7. Mario Seminerio ha detto:

    Elena, questo sito è aperto ad ogni forma di collaborazione. E’ fondamentale fare divulgazione per fare cultura liberale. A volte ci si riesce, altre meno, è un’impresa titanica, ne converrai. Quindi, join us, come direbbero a Velletri. Più siamo, meglio è ;-)
    Se invece (ma non lo credo, conoscendoti via Facebook) pensi che il liberalismo si possa divulgare senza passare per la cultura ma con modi più spicci, facci sapere quali, e ne parliamo…

  8. Francesco ANT ha detto:

    A mio parere la diffusione del liberalismo deve essere mirata.
    Non esistendo più ormai una lotta fra classi sociali, ma fra “tutelati” ed “outsiders”, è ai secondi che ci si deve rivolgere.

    E’ necessario mantenere distinti due ambiti di confronto, entrambi importanti: laicità e liberalismo.

    Per la laicità già molti fronti si sono aperti e mi sembra che molte energie si stanno spendendo utilmente.

    Per il liberalismo credo che il primo passo da compiere sia quello di formare un sindacato dei lavoratori ed imprenditori liberali.

  9. Christian De Mattia ha detto:

    Probabilmente Elena intende dire che bisogna stravolgere l’immagine dei liberali italiani che sono fortissimi nei convegni ma debolissimi nelle piazze.
    Il liberalismo è di nicchia perchè di nicchia è il contenitore che gli è stato cucito addosso.
    Sembra quasi che per potervi accedere ci vogliano 3 lauree, non so se mi spiego.
    Se posso dare un consiglio a Libertiamo che a mio avviso può essere molto utile per rendere popolari le nostre istanze è quello di farsi portavoce di 2-3 cause liberali e attraverso il sito renderle popolari.
    Si prendono proposte di legge, temi bandiera ecc e con slogan corti, semplici e chiari li si pubblicizza in maniera massiccia dal sito e verso il sito.
    Libertiamo è sicuramente utile per offrire notizie e approfondimenti di qualità, oltre che per riportare interviste, interventi. Forse manca il passaggio successivo, rendersi protagonista del cambiamento del parlare liberale da elitario a popolare.

  10. Nicola Milillo ha detto:

    Ricordo di quando al nome ” Partito Liberale” si univa il commento ” sono quattro gatti”
    Contento di sopravvivere e di aver avuto ragione con le idee di Malagodi ( sono sempre quelle )

  11. erasmus ha detto:

    Molto interessanti, sia l’articolo che i commenti; in pratica, noi liberali restiamo quattro gatti perchè non sappiamo parlare alla pancia della gente.
    Se vi accontentate di uno stratega/topo di biblioteca, forse un’i dea potrei proporla, rifacendomi alla teoria dei lavoratori autono mi e dipendenti del privato sfruttati da tutte le burocrazie, cara a Luigi De Marchi. La base elettorale potrebbe ampliarsi a dismisu ra coinvolgendo gli interessi materiali di piccoli/medi imprendito ri, artigiani e commercianti, vessati dalla pressione fiscale e dai troppi vincoli impoti dalle varie caste. Se poi si potesse convince re parte dei lavoratori dipendenti del privato a ribellarsi alla falsa tutela dei sindacati ed allo sfruttamento dei burocrati e del
    sottogoverno di destra & sinistra, si potrebbe arrivare al partito
    liberale di massa.

  12. Paolino Paperino ha detto:

    Chi sono i fessi?

    Fessi sono coloro i quali non si sono accorti che PDL e PD formano un mono-partito dalle seguenti caratterisitiche:

    – STATALISTA (nel senso che il danaro pubblico va utilizzato per spartirsi prebende fra amici)
    – CLERICALE (nel senso che si paga volentieri pegno al Vaticano in cambio di appoggi politici e non)
    – CLASSISTA (nel senso che il PDL-PD mira a sostenere le classi dei tutelati come notai, avvocati, professori universitari, farmacisti,dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato, dipendenti privati sindacalizzati, a scapito dei lavoratori di SERIE B, raggirandoli con promesse NON di cambiare il sistema, ma DI FARLI ENTRARE nel sistema).

    Quindi cari fessi votate PDL o PD, che è la stessa cosa.
    ——————
    Tento una postilla costruttiva a quanto scritto sopra:

    1) Formare un SINDACATO dei lavoratori di serie B. Propongo di chiamarlo proprio “Sindacato dei lavoratori di serie B”. A Libertiamo l’onere e l’onore della creazione.

    2) Pubblicare su questo sito nomi e volti di deputati, senatori ed eletti (o nominati) vari che si sono spesi per lotte liberali in parlamento o nei consigli regionali, provinciali, comunali. Creare un filo rosso fra gli stessi, PDL, PD, di qualunque estrazione politica. L’obiettivo è quello di giungere ad una MASSONERIA trasparente che sia presente dove si decide.

  13. christian ha detto:

    se colpire l’opinione pubblica(l’elettore medio ,come dice il “simpatico” amico bocconiano) vuol dire entrare abusivamente nel cervello della gente più labile, con sponsor martellanti e persuadenti con le stesse tecniche dalle multinazionali per vendere un prodotto, come per altro fanno oggi in Italia i partiti più forti come il pdl ,vorrebbe dire screditare il valore intrinseco del concetto di libertà che si stà portando avanti ,inclusa sopratutto in questo caso del poter scegliere con la propria testa .. quindi la risposta al quesito è : – proprio no-!

  14. francesco calsolaro ha detto:

    Bisognerebbe eliminare il sistema corporativo, a tutti i livelli; la burocrazia di tipo medievale o prefettizia (“via i prefetti!”); ristabilire il principio di “Libera chiesa in Libero Stato”, se il Vaticano vuol fare sentire la sua voce in Italia deve far parte dell’Italia e questo vale anche per l’Unione Europea; ristabilire il principio della Pubblica Amministrazione che controlla e garantisce sicurezza, ordine e giustizia, e non che invade la vita del cittadino anche in settori dove la spesa pubblica diventa un “pozzo senza fondo”.

  15. daniela ha detto:

    Forse Elena, nel suo intervento di qualche giorno fa, intendeva sottolineare che c’è gente che non conosce la filosofia liberale e allora bisognerebbe, anche su questo mezzo FARE SCUOLA.
    I neofiti, non necessariamente giovani, vanno istruiti e vanno messi nella condizione di fare domande, che potrebbero sembrare scontate, ma che per loro non lo sono. Quando si parla al popolo è questo che si fà.
    Mi sembra che Elena sia giovane!

  16. Gabriele ha detto:

    Ho l’impressione che ci sia anche un problema di mezzi economici.
    Essendo il liberalismo un fenomeno ormai di nicchia (ah, dovevo nascere 150 fa!), immagino che non siano in molti quelli disposti a finanziare attivita` di divulgazione, campagne pubblicitarie/propagandistiche, iniziative universitarie, manifestazioni e cosi’ via a supporto delle tesi liberali.
    E chi spera che possano essere i protagonisti dell’economia italiana a spingere in questa direzione si sbaglia di grosso, essendo l’Italia cristalizzata in una rete (e un equilibrio?) di monopoli in tutti i settori (traffico aereo, ferroviario, autostrade, rete di telefonia fissa, acqua, energia)… proprio i settori in cui bisognerebbe agire d’urgenza per creare un minimo di concorrenza!
    In aggiunta l’inefficienza della giustizia civile e delle cosiddette “authorities” (che in Italia non contano praticamente niente) funge da freno all’applicazione di una qualunque legge riformatrice.

    Paradossalmente, gli unici interessati ad un mercato piu’ liberale in Italia sarebbero gli stranieri. Ricordate i tentativi di scalata di ABN Amro e Bbva alle banche italiane e i tentativi di resistenza organizzati dagli italiani mettendo di mezzo Fiorani e Consorte (e la regia di Fazio)?
    Ecco, magari si potrebbe spiegare che queste manovre sideralmente lontane dal cittadino comune sono poi la causa dei 10 euro mensili che il cittadino comune deve versare alla banca per mantenere il proprio conto corrente, senza possibilita` di optare per un conto gratuito (come e` possibile fare nei paesi anglosassoni e non solo).

  17. Michele Fanelli ha detto:

    Complimenti per l’articolo, centra pienamente il problema.
    Anche se gli spunti sulla comunicazione non sono sufficienti a far intravedere delle soluzioni a breve termine (e l’hai cmq scritto).
    Allora ti chiedo, caro Christian, da collega a collega (per ideali e professione) cosa dovremmo fare per sdoganare l’idea liberale?
    Se è vero che il popolo non ne è attratto perchè non conosce e non ha mai potuto toccare con mano un’esperienza liberale, non sarebbe il caso di smettere di rivolgerci a dei “target” e cominciare veramente a dialogare con la gente comune, non solo i “colti”, i professionisti o in generale chi già liberale lo è?
    Ovviamente deve essere rivoluzionato il linguaggio, il modo di apparire (bisogna apparire), e far capire che dietro ogni tematica-problematica c’è una soluzione liberale concreta!
    Io non capisco i liberali che si ostinano a non voler parlare di sociale o altri temi che possano apparire poco o per niente liberali.
    Non sono d’accordo! In una visione liberale a 360° nessuna problematica può essere trascurata.
    Fammi sapere cosa ne pensi.

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