Categorized | Comunicati, Il mondo e noi

Turchia-UE: No al partito della paura

– da Il Secolo d’Italia dell’8 aprile 2008 –

Nelle fasi di crisi vi è sempre il pericolo che alla domanda di sicurezza dell’opinione pubblica si risponda con un’offerta supplementare di paura e non con misure atte a soddisfare le esigenze di ordine, di legalità e di protezione, che i cittadini legittimamente chiedono alle istituzioni politiche. Come ha ricordato sabato scorso il Presidente Fini, “bisogna evitare un eccesso di propaganda a fronte di un deficit di politica” perché in tal caso la “cronicizzazione e normalizzazione dell’emergenza”, trasformerebbe “il ricorso a misure eccezionali in una sorta di prevenzione senza fine”.
Il rischio di innescare questo circolo vizioso si mostra, con sempre maggiore evidenza, nelle scelte nazionali che riguardano le politiche di ordine pubblico e di repressione criminale. Ma un meccanismo analogo può condizionare anche le scelte internazionali che attengono alla politica estera, di difesa, di sicurezza e di integrazione civile ed economica. In questi casi, rischia di prevalere la tendenza a giudicare le partnership strategiche e le alleanze politico-istituzionali non in rapporto a quanto esse possono offrire, in termini concreti, per consolidare processi che giocano a vantaggio del nostro paese o della comune “patria europea”, bensì unicamente in rapporto ai rischi, pure molto concreti, che queste scelte possono comportare.
Il “caso Turchia” è da questo punto di vista paradigmatico. E paradigmatico, in positivo, è l’atteggiamento che il Governo italiano ha scelto di assumere nello scontro che ha opposto Obama e Sarkozy (e in parte la cancelliera Merkel) circa l’ipotesi di una piena integrazione della Turchia nell’Unione Europea.
Non si possono ignorare le riserve dei paesi europei, ma non si può neppure ignorare che il processo di avvicinamento turco alle istituzioni dell’Unione ha favorito in questi anni l’evoluzione del regime politico di Ankara, ha accelerato la (relativa) modernizzazione del partito religioso oggi al governo e ha consolidato, pure in un paese elettoralmente dominato da una maggioranza politica islamica, l’ancoraggio atlantico e “americano” della Turchia. Si ha ragione ad essere e rimanere molto severi sui limiti politici e istituzionali di un paese di nuova e non consolidata democrazia. Ma non si può ignorare che anche il sogno dell’Europa ha portato una dittatura militare laica a divenire una (certo imperfetta) democrazia politica “islamica”, capace peraltro di grandi innovazioni sul piano economico-sociale. Se il sogno dell’Europa dovesse rimanere per la Turchia un miraggio e la motivazione di questa pregiudiziale chiusura risiedesse essenzialmente nell’identità islamica della popolazione turca, le istituzioni europee arriverebbero, indirettamente, a teorizzare una sorta di discriminazione politico-religiosa, inaccettabile nelle premesse e improvvida negli esiti, visto che offrirebbe argomenti a quanti, nel mondo islamico, soffiano sul fuoco dell’estremismo anti-occidentale e indebolirebbe chi, nel nostro continente, lavora per la piena integrazione delle minoranze islamiche all’interno della società europee e delle loro istituzioni politiche. La tentazione di “espellere” l’Islam dall’Occidente può attrarre nell’immediato facili consensi fondati sulla paura, ma non mi pare una strategia destinata a risultare vincente nel tempo, né sul fronte interno né su quello internazionale. Un occidente europeo “purificato” rischierebbe di essere un occidente drammaticamente più debole.
Realisticamente, la pregiudiziale etnico-religiosa anti-turca è la copertura ideologica di un problema socio-demografico di assoluto rilievo e di difficile governo. Di allargamento in allargamento, dopo essere quasi saltata sulla paura dell’idraulico polacco, l’architettura dell’Unione non può permettersi, oggi, il rischio di esplodere sotto la pressione di un’opinione pubblica spaventata dall’ingresso di milioni di muratori, camionisti e operai turchi, capaci di “rivoluzionare” (e non solo in senso negativo) il mercato del lavoro europeo. Dunque bene ha fatto il Governo a proporre una mediazione che, senza garantire da subito la membership piena alla Turchia, non sbatta le porte dell’Unione in faccia al Governo di Ankara. Meglio ancora sarebbe se, da parte del nostro paese, giungesse con estrema chiarezza la volontà di disinnescare, anche sul piano della propaganda, quella pregiudiziale religiosa anti-islamica che i “professionisti della paura” non mancheranno di agitare per trarne immeritati vantaggi elettorali.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “Turchia-UE: No al partito della paura”

  1. luca cesana ha detto:

    Ben, siamo d’accordo anche su questo: inizio a domandarmi perchè le nostre strade si siano divise, ma manche a conivincermi che, tra non moltissimo, si rinuiranno..

Trackbacks/Pingbacks