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Carriere non separate, giustizia non garantita

– La scelta, non a sorpresa, di De Magistris, di palesarsi in politica tra le fila del partito di Di Pietro, offre nuova linfa ai dibattiti, sopiti ma mai risolti, sul tema della “famigerata” separazione delle carriere dei magistrati.
Si contrappongono le posizioni di chi (a volte confusamente) la ritiene necessaria e di chi nettamente la rifugge, agitando all’uopo lo spettro di pericoli per la libertà dei cittadini e per la democrazia (quasi che a nominarla si riesca a conferire autorevolezza e peso agli argomenti che si utilizzano).

Generalmente, la fazione anti-riforma si arrocca sulla tutela dello status quo.

Da un lato, gli avversari della separazione mistificano ogni riforma, ritenendo automaticamente che la previsione di due differenti carriere per il giudice e per il P.M., con la probabile sottoposizione di quella inquirente al controllo dell’Esecutivo, minerebbe ineluttabilmente la prerogativa dell’indipendenza, esplicitamente prevista dall’art. 107.4 Cost., con conseguenti ripercussioni negative sul principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Invero, la nostra tradizione costituzionalista ha sempre individuato nell’obbligatorietà dell’azione penale la garanzia dell’indipendenza della magistratura e ritenuto quest’ultima la garanzia dell’effettiva uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Non può, tuttavia, disconoscersi che l’obbligo di esercitare l’azione penale, vale a dire quello di perseguire tutti, ma proprio tutti, i reati,  rimane solo aspirazione ideale, in quanto il fiume di notizie di reato che quotidianamente invade gli uffici delle varie Procure, rendendone impossibile la scrupolosa investigazione, legittima, di fatto, i magistrati del pubblico ministero a selezionare le fattispecie criminose e i comportamenti da perseguire.

Ritenere la separazione delle carriere pericolosa per le ripercussioni su principi costituzionali appare pertanto ipocrita almeno per due ordini di ragioni. In primis, perché, banalmente, i principi di cui si teme la violazione sono in sostanza inattuati ed elusi. In secondo luogo, perché proprio la quotidiana constatazione della mortificazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale obbliga ad una riforma, che individui, nell’Esecutivo, in grado di fissare un diario programmatico in linea con la complessiva agenda di governo ovvero nel Parlamento, espressione più vasta e plurale delle istanze sociali, l’organo istituzionale deputato a fissare, ogni biennio, gli indirizzi di una comune strategia di repressione dei reati. Questa sì valevole, in termini generali ed astratti, per tutti i cittadini.

L’altro filone di detrattori della riforma si preoccupa di minimizzarne l’utilità, evidenziando che interventi di tal fatta, poiché incidono soltanto sull’ordinamento giudiziario, di fatto poco interessano ai cittadini. Separare le carriere invero − si dice − non produrrebbe effetti benefici sul tortuoso funzionamento degli uffici e sulla più agevole fruibilità dei servizi, avvertite come esigenze primarie da parte dell’utenza.

Orbene, confondere i piani del ragionamento, coinvolgendo anche i temi del malfunzionamento della giustizia, delle sanzioni da parte della Corte di giustizia europea per la lentezza dei processi e delle disfunzioni degli uffici, non serve ad altro che a sfruttare l’impatto demagogico di tali istanze sociali, per distrarre l’attenzione dal nodo spinoso: l’attuale commistione delle funzioni inquirenti e giudicanti.

Ad ascoltare le argomentazioni degli obiettori alla riforma separatista, pare quasi che l’attuale sistema processuale del nostro Paese costituisca un’eccellenza unica e intangibile, se non il miglior sistema possibile.

Strana ipocrisia o contraddizione in termini, se solo si rivolge lo sguardo agli studiosi del processo penale che definiscono il nostro modello di accertamento “accusatorio imperfetto”, per distinguerlo da quello “perfetto”, che si sostanzia dell’assoluta parità tra accusa e difesa, collocate, anche nell’assetto logistico dell’aula di udienza, sulla stessa linea ed in posizione di equidistanza dal giudice terzo ed imparziale.

Il modello nostrano, rimpastato con la ricetta casereccia, consente che due dei protagonisti del processo, giudicante ed inquirente, siano tra loro omogenei; provengano dallo stesso concorso e seguano insieme gli stessi corsi di aggiornamento; siano sottoposti allo stesso organo di autotutela; abbiano gli uffici nel medesimo edificio. Prima dell’intervento del legislatore (con la cosiddetta riforma Castelli) questo modello consentiva addirittura a inquirenti e giudicanti di scambiarsi e ricambiarsi i ruoli, senza grosse difficoltà e consente tuttora a ciascun magistrato, grazie al  “clemente” ridimensionamento della riforma operato dal Ministro Mastella, di passare da un ruolo all’altro per 4 volte nell’ambito della stessa carriera, sebbene cambiando distretto di Corte di appello.

Inutile dire che tale “imperfezione” ha finito con il deformare il modello di accertamento portando ad una patologica inversione dei piani della dialettica processuale.
Troppo spesso affiora la sensazione che non sia, come fisiologia vorrebbe, il P.M. a dovere dimostrare l’accusa, servendosi dei risultati delle indagini compiute in maniera obiettiva ed anche a favore dell’indagato, quanto piuttosto il cittadino, indagato o imputato che sia, a dover vincere una “presunzione di attendibilità” di cui l’esponente dell’ufficio di Procura gode agli occhi del giudice. È suo “collega” di concorso, d’altronde. Ed allora, se è vero che il processo è garanzia per l’imputato, è pur vero che all’imputato va garantito attraverso il sistema processuale il diritto ad un giudice che ai suoi occhi appaia imparziale.

Poco importa che il P.M. sia sottoposto all’Esecutivo o ad un comitato di consumatori: l’importante è che di fronte al giudice, per l’utente, il P.M. abbia lo stesso peso specifico dell’imputato!

Si potrebbe prevedere che a svolgere le funzioni inquirenti siano degli Avvocati dello Stato, selezionati con concorso separato da quello dei giudici e del tutto analoghi alle migliaia di magistrati onorari (generalmente avvocati) che svolgono dette funzioni quotidianamente in milioni di processi.

Occorre separare anche logisticamente gli uffici e potenziare gli strumenti di lavoro dei giudici, garantendone altresì ampia indipendenza e pieno autogoverno.

Va regolata, come si è detto, anche la discrezionalità dell’inquirente, tracciando linee di politica criminale nazionale, per evitare che le velleità di magistrati di provincia desiderosi di emergere determinino quali reati perseguire e quali lasciar prescrivere.

E non si dica che queste sono necessità della maggioranza, di questo o quel politico per tutelare la propria posizione, perché – si badi – interventi di tal fatta comportano una rivoluzione copernicana del sistema processuale, i cui effetti si vedranno tra venti o trent’anni. Con una nuova generazione separata di giudici e PM – neoavvocati dello Stato.


Autore: Geny Stanco

classe 1977, laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, è avvocato penalista a Salerno. Ha collaborato con la cattedra di Procedura Penale dell’Università di Salerno, è appassionata di politica e di società.

2 Responses to “Carriere non separate, giustizia non garantita”

  1. giacomo canale ha detto:

    L’articolo in epigrafe è assolutamente condivisibile e la sua autrice ha espresso con invidiabile chiarezza le ragioni e i criteri che dovrebbero caratterizzare l’architettura istituzionale dell’ordine giudiziario di un Paese modernamente civile.
    Molto lodevole anche lo sforzo di rimanere su un campo propositivo e concreto piuttosto che abbandonarsi a stanche polemiche.
    E’ di conforto sapere che vi sono numerosi giovani professionisti cresciuti con una visione della giustizia laica e liberale.

  2. bruno ha detto:

    Geny Stanco molto brava,ha perfettamente colto nel segno tutti gli aspetti del problema.Aggiungerei la semplificazione dei codici con testi unici oltre alla trasformazione di piccoli reati penali in sanzione amministrativa(riforma Nordio),l’introduzione di altri 10 mila giudici di pace resi ufficiali dello stato ma inquadrati come liberi professionisti(come i notai).

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