Non sono i ‘paradisi fiscali’ la porta per l’inferno finanziario

Il G20 ha dichiarato guerra ai “paradisi” delle tasse basse e del segreto bancario, identificati come luoghi oscuri in cui si nasconderebbero i pirati della finanza, i soldi sporchi delle mafie e del terrorismo, i truffatori che tramano contro i poveri risparmiatori. La retorica anti-capitalista contro i “robber barons” è stata rievocata esplicitamente dal presidente francese Nicolas Sarkozy, con il suo auspicio di una “nuova coscienza” del libero mercato. Sono poche, pochissime, le voci autorevoli che difendono la sovranità fiscale di Paesi come la Svizzera, le Cayman o il Liechtenstein e mostrano l’altra faccia della medaglia del nuovo mondialismo.
Richard Rahn, analista del think tank libertario Cato Institute, ha più volte difeso i piccoli paradisi fiscali e ora rinnova la sua contrarietà alla lista nera in cui sono stati forzatamente iscritti dai “grandi del mondo”. Prima di tutto queste enclave a bassa tassazione non coprono i soldi illeciti. E’ un dato di fatto che i governi delle Cayman, della Svizzera e della maggior parte degli altri paradisi fiscali abbiano già firmato convenzioni con gli Stati Uniti e i maggiori Paesi europei per uno scambio trasparente di informazioni, in caso di inchiesta su soldi sporchi. Senza contare, poi, come nota Rahn, che il segreto bancario ha sempre avuto una funzione positiva, soprattutto per quei dissidenti che nascondono le loro risorse alla rapacità di magistrature corrotte o governi autoritari che violano i loro diritti. “Non ha senso” – spiega Rahn nel suo articolo “In difesa dei paradisi fiscali” pubblicato sul Wall Street Journal alla vigilia del G20 – “approvare una legge che proibisce quel che è già vietato o votarne un’altra che punisce chi cerca di proteggersi da governi rapaci e corrotti. Nonostante le centinaia di leggi, federali, statali e locali e organi di controllo finanziario come la Sec, Bernie Madoff è stato ugualmente in grado di portare avanti per decenni il più grande ‘piano Ponzi’ della storia”.
Venendo a mancare una ragione per perseguire meglio il crimine, a cosa serve sopprimere giurisdizioni che prevedono tasse basse e segreto bancario? Serve sicuramente a limitare la competizione fiscale. A impedire, cioè, che i capitali fuggano da Paesi dove la tassazione è troppo alta per rifugiarsi in altri dove il fisco è meno esoso. “Estendere la competizione fiscale tra giurisdizioni rallenta la crescita del potere dei governi, permettendo ai cittadini di tutto il mondo di avere più opportunità di lavoro e standard di vita più alti” – spiega Rahn – “Nel momento in cui, individui e aziende sono scoraggiati, da tasse e regole che proibiscono loro di investire al di fuori del loro Paese, sceglieranno semplicemente di lavorare e risparmiare meno. Punto”. E’ dunque controproducente, in tempo di crisi economica, voler sopprimere delle istituzioni che incrementano il benessere di tutti, perché funzionano come “stazioni di transito dei capitali”: “servono ad accumulare temporaneamente risparmi da tutto il mondo che verranno investiti in progetti produttivi, come la costruzione di nuovi centri commerciali negli Stati Uniti. I paradisi fiscali permettono una migliore allocazione dei capitali, portando a una maggiore, e non minore, crescita economica globale”.
I governi europei e americano, imponendo nuove regole, finirebbero per “estendere in tutto il mondo i loro errori economici interni” – come nota ironicamente l’editorialista Mark Stein sulle colonne della National Review – “Il presidente francese ha dichiarato che questa è un’occasione unica per dare al capitalismo una sua ‘coscienza’. Ora, per ‘coscienza’, è chiaro che intende un sistema mondiale di regole in grado di assicurare che nessuno possa scappare. Certo, se tu fossi in Francia, che è caratterizzata da un sistema economico rigido, non competitivo, protezionista, con una disoccupazione a due cifre, sarebbe normale e comprensibile voler imporre su scala globale le stesse misure ammazza-crescita che hanno disfatto l’economia di quel Paese. Ma questa non è una bella notizia per il resto del mondo”. Per Stein i veri problemi dell’Europa sono da ricercarsi nei programmi sociali ormai insostenibili, in leggi troppo numerose e rigide, nella spesa pubblica “semi-sovietica”, nella denatalità, causata anche dalla stagnazione economica cronica in cui versa il Vecchio Continente. Non nella ricerca di piccoli capri espiatori nei paradisi fiscali: “Qualcuno pensa davvero che un conto in banca in Svizzera o una cassetta di sicurezza nelle Turks siano i responsabili della crisi globale?”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

9 Responses to “Non sono i ‘paradisi fiscali’ la porta per l’inferno finanziario”

  1. Alberto Scarcella ha detto:

    Il comunismo sta tornando sotto mentite spoglie. E gli USA, suo più acerrimo nemico ne sono ora i principali fautori.

  2. redesio ha detto:

    grazie a tutti quelli che hanno scritto e propugnano sulla/per la libertà da stati falliti, morti, distruttori, mafiosi che hanno ucciso le nazioni.
    andate avanti così, c’è chi vi ama.

  3. Fabio ha detto:

    Ottimo post.
    Pensiamo veramente che la crisi finanziaria sia figlia dei paradisi fiscali ? In realtà Obama probabilmente pensa a questioni comunicative, oltre alla possibilità di veder reinvestite internamente risorse “Nascoste” che ora sono deviate nei paradisi fiscali, mentre Sarkozy semplicemente non sa che pesci prendere.
    La politica immagine ha bisogno di decisioni immagine, sostanzialmente inutili o dannose

  4. marcello ha detto:

    Ma a voi pare che, se torta è piccola (le risorse sono poche), sia giusto che alcuni ne abbiano una grande parte? Dov’è il senso dell’umanità in tutto questo? Perché deve esserci la legge del più forte e nessuno può assicurare un mondo più vivibile anche a chi ha meno “meriti” ammesso che questo deve essere il criterio della distribuzione delle risorse? Chi è più meritevole non può passare dalla parte del torto schiacciando chi lo è di meno e non facendo dei sacrifici. La leva fiscale resta ancora un modo per assicurare quella solidarietà che impedisce di rendere il mondo incivile.

  5. marcello ha detto:

    Meno male che c’è la denatalità. Se no la fetta pro capite di torta sarebbe ancora più piccola. Nel III mondo questo problema sollevato non esiste, ci sono le religioni che si oppongono in tutti i modi a bloccare una proliferazione senza limiti, che è il modo migliore per aumentare quella fame che a parole dicono di voler combattere.

  6. libertfighter ha detto:

    @Marcello. Come no? Noi libertari vogliamo che anche i meno capaci e i meno fortunati possano essere aiutati, in modo che possano vivere in maniera più “degna”. Solo che vogliamo che questi aiuti scaturiscano dalla volontà individuale e non dalla coercizione di qualcuno che solo allo scopo di maneggiare i soldi degli altri e CONSEGUENTEMENTE nel senso di inevitabilmente drenarne parte per i propri scopi. Ovvero. La solidarietà è bellissima, utilissima, strumento di indiscutibile coesione sociale. Ma la solidarietà per definizione è volontaria e fatta con le proprie, personali risorse. La solidarietà NON volontaria, o fatta con le risorse di altri, ad essi prelevate senza il loro preventivo consenso, si chiama furto, si chiama rapina a mano armata, si chiama schiavitù. Condensato in un famoso detto..
    “Son tutti finocchi col culo degli altri”.

  7. libertfighter ha detto:

    Riguardo la denatalità poi sbagli. Un maggior numero di persone significa più produzione e più divisione del lavoro. Quindi un aumento della torta. Se l’idea della denatalità fosse giusta, il mondo non si sarebbe evoluto in metropoli, ma staremmo ancora ognuno per i fatti nostri, probabilmente in 300000 in tutto il pianeta, ognuno a zappare a mani nude il proprio orticello. Questa idea malthusiana delle risorse che “non bastano” per la crescente popolazione, deriva dall’errata credenza economica che il “prodotto interno” sia un dato e che il governo o chi per lui abbia qualche diritto/dovere nel redistribuirlo nella maniera che arbitrariamente definisce più equa.
    Peccato che ad OGNI redistribuzione forzata corrisponda una diminuzione del prodotto a causa di malinvestment e dirottamento di capitali.

  8. Alberto Scarcella ha detto:

    Posto che nessuna persona di buon senso vuole abolire lo stato o le tasse, veder morire di fame qualcuno o appropriarsi di tutto senza riguardo per il prossimo, questo è uno spauracchio agitato dai parassiti che vedono nei liberali una minaccia ai loro privilegi.
    Lungi da noi voler la jungla e la legge del più forte. I liberali sono liberali innanzitutto per una questione etica. Perchè osservano e si rendono conto che lo stato non redistribuisce proprio un tubo. Rastrella denaro tra la popolazione per consegnarne una parte considerevole a gente che ne ha già troppo, e con il resto mantengono i propri clienti a scopo raccolta di consenso.
    Il mercato e la concorrenza serve a mantenere la gente sveglia, reattiva, a spingere le persone a darsi da fare. E mai come in Italia c’è bisogno di mettere un po’ di pepe al culo a certe categorie, che si sono rilassate per le troppe tutele e siccome dal loro operato dipende molto spesso la capacità degli autonomi di potersi o meno reggere sulle proprie gambe, dato che la burocrazia è per sua natura un percorso a ostacoli, è necessario che chi finora ha dormito sul posto di lavoro si svegli e si dia una mossa. E siccome non ha intenzione di farlo perchè non sente il dovere etico, lo farà perchè altrimenti verrà sbattuto fuori.
    Non è cattiveria, è semplice realismo. La coscienza smuove pochi. L’interesse smuove chiunque. E la redistribuzione avviene molto meglio quando è libera, piuttosto che sotto l’egidia di un autorità che sa apparire saggia ed equa a parole, ma nei fatti ha sempre lasciato a desiderare.

  9. marcello ha detto:

    Però così si pensa sempre che chi è povero è per colpa sua e per cattiva volontà.
    Riguardo alla denatalità c’è da dire che anche la scienza ha i suoi limiti e non si posso produrre le risorse all’infinito.

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