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Due domande a Ichino sul suo modello di “flexsecurity”

– Lo scorso 21 marzo, in occasione dell’incontro “La primavera delle idee” del gruppo “Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare”, è intervenuto il sen. Ichino per parlare del suo disegno di legge sul lavoro da poche settimane depositato al Senato. Il testo porta con sé la promessa di una rivoluzione, in quanto introdurrebbe nell’ordinamento italiano un modello di flexsecurity capace di coniugare la flessibilità, di cui necessita il mercato del lavoro per adeguarsi costantemente alle dinamiche dell’economia globale, con l’esigenza comunemente avvertita di garantire al lavoratore licenziato una tutela economica e un pronto reinserimento nel mondo del lavoro. L’accoglienza dei presenti al convegno è stata delle migliori e l’on. Della Vedova, data la portata innovatrice della proposta, si è detto disponibile ad aprire un “tavolo sul lavoro”, nella speranza che vi possano partecipare altri esponenti di maggioranza e opposizione. La soluzione congegnata dal professore non perpetuerebbe quel dualismo del mercato del lavoro che condanna alla precarietà vaste fasce della popolazione attiva e tradurrebbe in italiano i più avanzati modelli di welfare conosciuti in Europa. Se i pilastri della riforma sono limpidi e ampiamente condivisibili, ci sono punti del disegno di legge che potrebbero, se non chiariti, suggerire qualche perplessità sulla possibilità di piena riuscita della proposta e di tenuta del modello.
Non è chiaro se costituisca una prova di coraggio o piuttosto un atto di prudenza la scelta dal sen. Ichino a favore di una tecnica legislativa di “layering” per introdurre nell’ordinamento giuridico e nel mercato del lavoro italiano un nuovo modello di contratto di lavoro ispirato ai principi della flexsecurity. Il disegno di legge non prevede, infatti, l’abrogazione delle attuali tipologie contrattuali; lascia quindi intatte le norme che regolano i contratti a tempo determinato, così come i diversi gradi di tutela garantita ai contratto a tempo indeterminato (articolo 18 per le grandi imprese, legge 604/66 per le altre). L’istituto nuovo disciplinato dal disegno di legge verrà applicato per libera scelta contrattuale tra impresa e sindacato e per i soli rapporti che vengono a  esistenza successivamente all’entrata in vigore della legge. I proponenti della legge si affidano quindi alla contrattazione collettiva e scommettono sulla capacità del sistema ideato di convincere le parti sociali, che dovrebbero volontariamente abbracciare il modello flexsecurity abbandonando i vecchi schemi contrattuali. Una volta applicato il modello in alcuni settori dell’economia, secondo una logica “try and go”, il successo del modello dovrebbe portare le parti sociali ad optare per il contratto flexsecurity negli altri settori, facendo salvi i rapporti di lavoro esistenti.
I vantaggi sono un premio alla libertà contrattuale, in quanto non sarebbe l’imperativo dell’autorità pubblica a cambiare le regole del gioco durante la partita o a sostituirsi alle parti sociali. Il beneficio connesso è la probabilità di incontrare minori resistenze. Il contratto flexsecurity si farebbe strada gradualmente e senza calpestare i piedi a nessuno.
Il primo dubbio è: se le norme su cui si incardina il dualismo del mercato del lavoro (articolo 18 e cd. legge Biagi) rimangono intatte, perché imprese e sindacati dovrebbero abbandonare rispettivamente la possibilità di fruire degli strumenti di flessibilità oggi disponibili e la bandiera dell’articolo 18? Le imprese potranno benissimo insistere ricorrendo a contratti a tempo determinato reiterati nel rispetto di norme alquanto lassiste. E’ legittimo ipotizzare che il timore del mancato rinnovo del contratto stimoli la produttività del lavoratore, mentre la garanzia di un’indennità pari al 90% della retribuzione scoraggi l’impegno e induca il lavoratore a un maggior grado di moral hazard. I sindacati, d’altronde, dovrebbero confessare di essersi a lungo abbarbicati ad un feticcio fuori dal tempo e nel lungo periodo foriero di ingiustizie sociali ai danni proprio delle categorie più deboli. Non sarebbe il caso di fare un tentativo e forzare la mano del legislatore spingendo per il modello di flexsecurity proposto? Oppure congegnare, a lato della nuova tipologia contrattuale, alcune limature alle norme vigenti che avvicino comunque i due mondi del lavoro?
Se può stupire il lettore del disegno di legge l’assenza di una qualsiasi abrogazione, stupisce ancor di più il fatto che il modello flexsecurity voglia esser proposto a costi prossimi allo 0, praticamente senza necessità di copertura finanziaria a valere sui conti pubblici. Ed è anche previsto un alleggerimento dei contributi INPS. L’intento è quello di far gravare la maggior parte dei costi dei licenziamenti e del reinserimento nel mercato del lavoro sulle imprese che adottano con il contratto collettivo il modello di flexsecurity. La gestione delle risorse e l’organizzazione della formazione sono affidate ad enti bilaterali a gestione paritetica. Ma qual è l’ammontare di risorse necessarie per sostenere il modello? E’ noto che la flexsecurity riduce drasticamente i tempi di non occupazione. La riqualificazione e la maggior facilità di licenziamento hanno un effetto moltiplicatore sull’offerta di occupazione e sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Proprio la grandezza dei benefici che si trarrebbero dall’adozione del modello di flexsecurity ora descritto, ossia il ritiro dello Stato (e dell’INPS) dal monopolio della raccolta e della gestione delle risorse per il sostegno alla disoccupazione e per la formazione impone però che si faccia attenzione alle possibili crepe del sistema nel suo complesso. Il ruolo descritto per gli enti bilaterali può esser egregiamente svolto in tempi di crescita o di stabilità economica del paese e dei singoli settori. Le imprese in difficoltà licenziano e quelle più capaci di adeguarsi al mercato beneficiano dell’apporto di lavoro qualificato e riassorbono la disoccupazione minimizzando i costi sociali. Inoltre, gli enti bilaterali e soprattutto le imprese avranno interesse ad offrire servizi di formazione efficaci e di qualità per non sperperare il proprio denaro. Ma cosa succede se un settore viene investito da una forte crisi? Le casse dell’ente bilaterale è alimentato dalle stesse imprese investite dalla crisi. Come potrebbe trovare le risorse per pagare quattro anni di indennità di disoccupazione del 90, 80, 70 e 60%? Non sarebbe il caso di imporre norme di trasparenza e la pubblicità dei bilanci al fine di dare a imprese e lavoratori gli strumenti per verificare la solidità dell’ente? Quanto poi alla formazione, perché mai l’ente bilaterale dovrebbe riqualificare i lavoratori in un settore in declino? I firmatari del disegno di legge hanno probabilmente già pensato a che soluzioni adottare per favorire lo spostamento di lavoratori in cerca di occupazione da un settore in crisi ad un altro, ma non sono state esposte in modo chiaro, né se ne ha traccia nel disegno di legge. Se poi la crisi è generale, non v’è il pericolo che la fissazione a livelli alti delle indennità di disoccupazione abbia una pesante ricaduta sull’economia in crisi? Non si rischia a quel punto di veder gli enti bilaterali precipitarsi sotto la sede del Governo per chiedere l’intervento della mano pubblica? Potrebbe essere una soluzione dare maggior flessibilità alle norme sul trattamento di disoccupazione ancorandole piuttosto all’andamento generale dell’economia? O meglio ancora, non si renderà necessario dare una governance agli enti bilaterali che assicuri ai lavoratori la possibilità di vigilare sulla capacità dell’ente di accumulare nei periodi di crescita riserve a cui attingere se un giorno si ritroveranno in balia di una crisi grave come quella corrente?


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Due domande a Ichino sul suo modello di “flexsecurity””

  1. Giovanni Buschera ha detto:

    Giusti gli intelligenti appunti al progetto di legge di Ichino. Ma, con tutte le sue remore, il progetto di Ichino mi sembra assai più coraggioso del “fermi tutti” di Sacconi, della difesa a oltranza dell’attuale sistema degli ammortizzatori di Brunetta, dell’idea del governo che la soluzione di tutti problemi legati alla crisi occupazionale passi da una straordinaria estensione della cassa integrazione in deroga. O no?

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  1. […] strategia alternativa ci sarebbe. Questa settimana, il senatore Ichino (qui il sul portale della flexsecurity il disegno di legge presentato al Senato), insieme a 30 […]