Categorized | Economia e mercato

Silvio vuole la “rivoluzione liberale”. Basterebbe quella “imprenditoriale”

– In occasione dell’inaugurazione del termovalizzatore di Acerra, il presidente Berlusconi ha scatenato le ire dell’opposizione e conquistato i titoli dei giornali auspicando “che chi è stato licenziato si trovi qualcosa da fare.” Tre giorni dopo, nella giornata finale del congresso fondativo del Popolo delle Libertà, il presidente del consiglio ha elencato una serie di principi sui quali basare il ”nuovo miracolo italiano” che si possono riassumere così: libertà, libertà, libertà. Perchè questi due fatti sono legati? Il concetto chiave si chiama liberta economica, ma andiamo per ordine.

La frase pronunciata a Napoli da Berlusconi è stata criticata da molti per la mancanza di rispetto dovuta a coloro i quali hanno pagato con il loro lavoro il prezzo della crisi. Non solo persone, ma intere famiglie monoreddito sono appena entrate in una fase preoccupante di riduzione dello stile di vita e, nei casi peggiori, sono scesi al di sotto della soglia di povertà. In una fase espansiva dell’economia e con un solido sistema di welfare, l’auspicio del presidente Berlusconi sarebbe ben riposto, visto che un buon sistema di ammortizzatori sociali potrebbe essere sufficiente a traghettare un lavoratore da un’azienda ad un’altra. Purtroppo, l’Italia si trova in recessione ed il sistema di welfare è fra i meno efficienti dei paesi industrializzati, per non parlare dei vincoli strutturali tipici del nostro paese come l’assenza di mobilità sociale e la rigidità del mercato del lavoro.

Apparentemente non esistono soluzioni indolore a questo dilemma, visto che un’intera generazione che ha goduto dei benefici del boom economico prima e di una spesa pubblica scellerata poi si trova oggi schiava e paralizzata da un retaggio culturale assistenziale e poco efficiente.

Tuttavia, una proposta seria può derivare direttamente dalle parole pronuciate domenica da Berlusconi a Roma: libertà economica. Tutte le economie di mercato sono basate sui principi della flessibilità e del merito. Ovvero, quando un settore industriale non è efficiente oppure non produce più beni in grado di essere venduti, la forza lavoro e le risorse di un sistema si dirigono verso altri settori più efficienti. Questo meccanismo dovrebbe essere spontaneo, non lasciato alla concertazione fra governo e parti sociali (come nel caso Alitalia), o a gravare sulle spalle dei contribuenti con l’estensione cieca degli ammortizzatori sociali; i lavoratori che perdono il lavoro non solo dovrebbero essere in grado di poter usufruire di leggi chiare e di processi civili rapidi per far valere i propri diritti verso le aziende, ma dovrebbero avere la possibilità di, nel caso lo volessero, mettersi in proprio senza ricercare un altro datore di lavoro. In un sistema in cui le libertà economiche fossero condizione garantita a tutti, un lavoratore con esperienza e competenza non rimarrebbe “con le mani in mano” come temuto dal Presidente del Consiglio, ma avrebbe l’opportunità di mettersi in gioco e contribuire alla ricchezza del paese.

Si prenda a modello il nord-est Italiano. A partire dagli anni ’60, l’Italia ha goduto di una delle più alte crescite economiche del mondo e parte di questo fenomeno è stato spiegato con l’esistenza dei distretti industriali. Che cosa sono? I distretti industriali sono aree geografiche nelle quali le popolazioni si specializzano in settori specifici (ad esempio il distretto del tessile di Carpi, il distretto orafo di Valenza Po, il distretto dell’occhiale di Belluno, etc). Uno degli aspetti che ha determinato il successo di queste realtà economiche è stata la capacità dei lavoratori dipendenti di lasciare la propria azienda e sfruttare le competenze acquisite per fare direttamente attività di impresa, diventare imprenditori in pieno stile “self-made man”. È così che si è formata quella galassia di piccole e medie imprese che sono alla base del made in Italy e della nostra economia. Negli ultimi anni, la libertà di fare impresa in Italia ha subito una profonda regressione causata dal moltiplicarsi dei vincoli di natura burocratica e così l’Italia è scivolata al 49esimo posto della classifica mondiale per libertà economiche, dietro paesi come Oman, Kazhakistan e Mongolia.

Tralasciando i provvedimenti di medio e lungo periodo che vanno in questa direzione, la cosa da fare nell’immediato è rendere le procedure per aprire un’attività facili, chiare e prevedibili così che le persone interessate non si perdano fra leggi, leggine e cavilli incomprensibili al cittadino medio.

Dunque, per permettere all’Italia di ripartire, la libertà di cui ha parlato Berlusconi dovrebbe essere intesa come libertà economica, libertà di intraprendere: una maggiore facilità d’impresa potrebbe dare speranze a migliaia di lavoratori Italiani che oggi sono costretti in cassa integrazione, potrebbe aumentare la competizione e quindi la produttività dell’industria italiana, e potrebbe contribuire a contenere i costi finali dei prodotti con evidenti benefici per i consumatori.

In tempi di crisi con scarsa liquidità da immettere nel sistema economico, quella di attingere risorse dal capitale umano degli italiani con riforme a costo zero sulla libertà di fare impresa appare più di una buona idea.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

One Response to “Silvio vuole la “rivoluzione liberale”. Basterebbe quella “imprenditoriale””

  1. Horace ha detto:

    Questa cosa che gli italiani siano così stupidi da associare Berlusconi al liberalismo mi da i nervi. Berlusconi è quanto di più lontano ci possa essere da un liberale.

Trackbacks/Pingbacks