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Il referendum è comunque un’occasione

da Il Secolo d’Italia del 1 aprile 2009 – Fossimo in un paese di common law, dove i precedenti fanno giurisprudenza, potremmo dare per acquisito che la competizione tra due grandi partiti – senza caravanserragli al seguito ma con solo un alleato ciascuno – delle ultime elezioni, abbia inaugurato una prassi destinata a durare decenni.
Ma siamo in Italia, paese di diritto scritto dove spesso nemmeno lo scritto è garanzia perché, si sa, “fatta la legge, trovato l’inganno”.
Insomma, se si potesse sperare di rimanere ancorati al bipartitismo per via politica (dopo che per via esclusivamente politica ci si è, inopinatamente, arrivati) potremmo impiegare il nostro tempo e il nostro denaro in attività migliori di quelle legate all’eterna “manutenzione” legislativa e referendaria della legge elettorale. Ma la speranza che la dialettica elettorale funzioni, al di là della legge, come la “testa” degli elettori, secondo alternative secche, chiare e comprensibili è, nel nostro paese, una speranza troppo ingenua, per non dire temeraria.
Realisticamente, bisogna prendere atto del fatto che la bipartitizzazione  del sistema politico, conseguita alle elezioni dello scorso aprile, è dipesa da fatti politici contingenti e in qualche misura irripetibili: nello schieramento veltroniano, dall’esigenza di rompere l’abbraccio mortale con la sinistra massimalista e di legittimare, anche in termini d’immagine, la novità politica del Pd; nel centro-destra, assai prima del “predellino”, dalla necessità di dare un riscontro coerente all’unità politica del popolo del centro-destra, che era divenuto elettoralmente e politicamente “uno” ben prima che “uno” diventasse il partito candidato a rappresentarlo.
Anche per questo è bene che nel PDL si rifletta sul referendum elettorale alle porte e non lo si cerchi di nascondere sotto il tappeto, insieme alla polvere di una riforma elettorale incompiuta ed esposta ai rischi, sempre incombenti, di un ritorno al passato.
Le prossime elezioni politiche sono lontane ma non si può escludere che, in base a quanto la legge elettorale consente, ci si possa nuovamente arrivare con coalizioni pluripartitiche multiformi, capaci di portare in Parlamento rappresentanti di partiti dello 0,5%. Il che sarebbe paradossale, dal momento in cui, contro la frammentazione politica, abbiamo stabilito la soglia minima per le elezioni europee al 4%. Rispetto all’attuale quadro politico, che è molto diverso da quello dell’aprile 2008, non c’è alcun dubbio che il successo dei referendum elettorali garantirebbe il consolidamento politico-istituzionale di un assetto bipartitico, incentrato su due grandi forze nazionali e popolari in competizione per il governo del paese. Di più, il successo dei referendum coronerebbe il percorso politico che ha portato alla costituzione del Pdl e costituirebbe un disincentivo allo sfaldamento del Pd e un freno alle spinte centrifughe che si registrano sempre più chiaramente nella classe dirigente democratica.
I quesiti elettorali, infatti, sono formulati in modo tale che la “legge di risulta” (conseguente alle abrogazioni selettive di parte della normativa elettorale) assegni il premio di maggioranza (che garantisce almeno il 55% dei seggi) non più alla coalizione ma alla lista che ottenga la maggioranza relativa dei voti e ammetta alla rappresentanza parlamentare solo le forze in grado di superare la soglia del 4% alla Camera e dell’8% al Senato.
Che questa soluzione sia l’ideale per il PdL non è dubitabile, dal momento che garantirebbe al partito di Silvio Berlusconi la possibilità, tante volte invocata, di governare senza subire il logoramento di alleati impegnati ad ingigantire il valore politico del loro apporto, per condizionare l’attività dell’esecutivo e così accrescere la propria visibilità e il proprio potenziale elettorale. Il “maggioritario di lista” incentiva un grande partito a prendere più voti possibile per governare meglio possibile. Il “maggioritario di coalizione” innesca un processo esattamente inverso, cioè incentiva le forze politiche, a partire da quelle minori, a fare sul piano del governo ciò che risulta loro più utile sul piano elettorale. Si tratta di un meccanismo perverso in base al quale la forza politica maggiore è costretta prima a portare politicamente acqua e poi elettoralmente voti a quelle minori, che ben sanno come utilizzare quella sorta di “golden share” che l’attuale sistema assegna loro.
Per ragioni assolutamente comprensibili e razionali la Lega si oppone al referendum, il che, va da sé, pone un problema politico serio al PdL. Per ragioni uguali e contrarie, ma altrettanto comprensibili e razionali, penso che il Pdl non possa semplicemente accantonare la questione e vanificare la consultazione obbedendo alla volontà e agli interessi di Bossi e al suo disegno di conquistare l’egemonia elettorale nel Nord (ovviamente ai danni dello stesso PdL). Il rapporto tra Lega e Pdl non è solo necessario, ma necessariamente competitivo.
In via del tutto teorica il PdL potrebbe andare allo scontro, giacché, a referendum vinto, un eventuale ritorno alle urne vedrebbe comunque il partito guidato dal Cavaliere in eccellente posizione per conquistare da solo la maggioranza assoluta in entrambe le camere. Non penso però che questa sarebbe una soluzione auspicabile. Non ha senso per il Pdl mettere un alleato importante e leale con le spalle al muro. Con Bossi andrebbe però aperta una discussione franca e leale. Se la Lega non può accettare una definitiva marginalizzazione elettorale, il Pdl non può accettare di convivere con una situazione di permanente incertezza rispetto alle regole del gioco politico. Se la legge che conseguirebbe alla vittoria dei Sì è “troppo” per il Carroccio, una generica rassicurazione da parte della Lega circa la stabilità dell’alleanza è “troppo poco” per il Pdl. Si può cercare una mediazione: la migliore mi sembra passare attraverso l’adozione del sistema spagnolo che ha effetti bipartitizzanti, ma non esclude strutturalmente le forze minori dal perimetro della maggioranza di governo. Si possono anche studiare altre soluzioni, che consentano una articolazione più stretta del rapporto tra Pdl e Lega secondo lo schema che unisce CDU e CSU (ma in tal caso la Lega dovrebbe di fatto accettare al nord liste comuni con il Popolo della Libertà). Insomma, bisogna lavorare la pratica, non archiviarla e rinviarla ad un “poi” che, vanificato il referendum, rischia di diventare un “mai”.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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