E se le terapie salvavita servissero allo stato di diritto?

Un grande costituzionalista nonché uno dei Padri fondatori della nostra Repubblica, Costantino Mortati, sosteneva che tra le principali rivoluzioni operate dalla Carta costituzionale repubblicana vi è l’affermazione del principio personalista ai sensi del quale la persona domina l’intero disegno costituzionale, per cui ‘non è l’uomo in funzione dello Stato, ma quest’ultimo in funzione dell’uomo’. Belle parole che sono state purtroppo fraintese dal nostro attuale Legislatore il quale deve avere capito che la funzione dello Stato è quella di annullare la potestà di autodeterminazione della persona conquistata a prezzo di duri sacrifici e affermata definitivamente solo con la nascita della Repubblica. Il Senato della Repubblica ha infatti appena decretato la fine della persona democraticamente intesa, l’ha privata della capacità di determinarsi e di decidere sulle sue vicende più intime e personali, sostituendosi arbitrariamente ad essa: ora lo Stato decide come nasciamo, viviamo e anche moriamo.

La legge approvata dal Senato rappresenta una barbarie costituzionale e se vivessimo in un Paese civile, dotato di una coscienza civile, dovrebbe dare l’avvio ad una vera rivolta popolare, ma questo non credo accadrà perché in fondo, nel nostro intimo, speriamo tutti che, per quanto pessima, questa legge non ci riguarderà mai, che le disgrazie capitano agli altri e che noi moriremo nel sonno, sereni nel nostro letto e passati i 100 anni, e se proprio avremo un problema lo risolveremo ‘all’italiana’, accordandoci con il medico senza tanti clamori al di fuori e al di sopra della legge. Purtroppo, però, non tutti moriremo sereni nel nostro letto, ma anzi è assai probabile che i progressi della scienza medica comporteranno una sempre più frequente medicalizzazione della morte, e per questo sarebbe saggio reagire contro il provvedimento liberticida votato al Senato. Questa legge, infatti, se verrà definitivamente approvata non testimonierà la vittoria dei valori cristiani sulla blasfemia dei laici, o il prevalere della destra ‘paladina della vita’ sui ‘signori della morte’ di una parte della sinistra. Questa legge semplicemente concretizzerà una sconfitta della democrazia, avremo perso tutti: atei, laici e cattolici, protestanti e buddisti, sostenitori del Popolo delle libertà e radicali integralisti; avremo perso perché nel momento in cui lo Stato decreta che non siamo più in grado di decidere su cose personalissime come la nostra morte allora vuol dire che non siamo più cittadini ma solo sudditi e che tutti i valori e i diritti affermati in secoli di storia semplicemente non esistono più. E se i senatori che l’hanno approvata pensano di avere reso un bel servizio alle alte nomenclature vaticane forse avranno anche ragione, ma certo hanno perso il contatto con la gente, quella vera, quella che sa che il preservativo non è la panacea di tutti i mali ma tiene comunque lontano il virus dell’Aids e che la vita, in certe situazioni drammatiche o estreme, si può ritenere che non meriti di essere vissuta.

Nel merito di quanto approvato, che si auspica venga cancellato dalla Camera dei Deputati, si può osservare che già l’apertura della legge rappresenta un falso ideologico in quanto richiama  a sproposito gli articoli 2, 13 e 32 della nostra Costituzione, rispettivamente relativi ai diritti fondamentali e ai doveri inderogabili (art. 2); alla libertà personale (art. 13) e al diritto alla salute (art. 32). Falso perché questi articoli costituiscono proprio il presupposto del principio personalista e della capacità di autodeterminazione della persona, prevedendo il sacrificio della libertà di decisione del singolo rispetto alle cure sanitarie solo ed unicamente in caso di pericolo per la collettività mentre in ogni altra circostanza in cui non entra il bene della collettività, il singolo deve restare libero di scegliere se e come curarsi.

Ancora, a differenza di quanto sostiene l’onorevole Maurizio Gasparri (che forse la Costituzione dovrebbe leggerla con più attenzione prima di rilasciare certe dichiarazioni televisive), non esiste alcuna disposizione costituzionale che riconosca esplicitamente il diritto alla vita, ma l’affermazione di tale concetto è avvenuta attraverso un lungo e articolato percorso interpretativo operato dalla giurisprudenza costituzionale sulla base dell’articolo 2, percorso che pur giungendo ad  affermare l’esistenza del diritto alla vita non ne ha però sancito la sacralità.

La legge cita inoltre, decisamente a sproposito, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità approvata a New York nel 2006, che nulla ha a che vedere con i malati al termine della propria esistenza riferendosi invece a persone con handicap che devono  poter avere accesso in condizioni di eguaglianza alla vita sociale, politica ed economica di ogni Paese. Per cui, considerando le barriere architettoniche e soprattutto culturali che continuano a caratterizzare la nostra Repubblica, direi che il Parlamento avrebbe dovuto occuparsi di tale Convenzione con ben altri interventi legislativi piuttosto che utilizzarla per suffragare un’interpretazione distorta ai sensi della quale alimentazione e idratazione forzata non costituiscono trattamento sanitario bensì sostegno vitale e come tale non appaiono rifiutabili. Scienza e medicina si sono già pronunciate più volte per smentire tale interpretazione che niente ha di scientifico ma è supportata solo da presunzioni di ordine prettamente morale. Decisamente più interessante sarebbe stato se il nostro Legislatore si fosse invece ricordato della Convenzione per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina, firmata ad Oviedo il 4 Aprile 1997, ratificata dal nostro Paese nel marzo del 2001 (a tutt’oggi  ancora mancante dei decreti attuativi), la quale si occupa tra l’altro di consenso informato, di autodeterminazione e di desideri espressi dal malato.

La decisione di porre fine dignitosamente ad una vita che il soggetto interessato non ritiene  (o non ha ritenuto quando ancora cosciente) valga la pena di vivere, è una decisione dolorosa e personalissima che non potrà mai contemplare una sostituzione dello Stato alla nostra volontà perché non vi è alcun interesse pubblico da difendere, né alcun pericolo per la collettività e la salute pubblica.

Lo Stato non può nemmeno utilizzare la sopravvenuta incapacità del soggetto disponente per vanificare quanto da lui precedentemente dichiarato, rimettendo le decisioni ai medici o ad altri soggetti: infatti, come avviene per il testamento successorio, l’efficacia del conferimento delle decisioni prese non può venire meno per la sopravvenuta incapacità del soggetto e anzi in vista di questi casi risulta particolarmente significativa l’indicazione di un esecutore che si farà tutore e garante di quanto precedentemente espresso dal soggetto malato; altrimenti si rischierebbe il paradosso giuridico.

Purtroppo gli ultimi accadimenti legati al caso Englaro, anziché condurre il legislatore verso una discussione civile e sensata, hanno provocato preoccupanti forzature del sistema normativo per cui stiamo assistendo al tentativo di snaturare lo stesso significato di valori fondamentali della persona come il diritto alla vita, la dignità dell’uomo, l’habeas corpus e il diritto all’autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze perché si possa giungere ad un attento bilanciamento. Il nostro Parlamento sembra invece intenzionato ad imporre una visione di Stato sulla c.d. intangibilità del corpo e della vita, seguendo indicazioni di ordine prettamente morale e non giuridico.

L’iniziativa legislativa non si preoccupa di celare la volontà di vanificare qualsiasi possibilità di scelta: così si prevede una procedura formale di rilascio delle dichiarazioni anticipate complicata e a scadenza, rimettendo l’onere della raccolta e della sottoscrizione ai medici di base già sufficientemente onerati da compiti e incombenze varie. Tale dichiarazione poi dovrà essere inserita nella cartella clinica del morente, ma non si prevede con che modalità e soprattutto da chi e ancora le condizioni di urgenza vanificano qualsiasi procedura al riguardo. Ma certamente la previsione più grave che rende inutile l’intero provvedimento è la piena discrezionalità lasciata al medico, il quale prende in considerazione le dichiarazioni anticipate e poi sostanzialmente decide come vuole, diventando l’unico conoscitore del “bene vero per il paziente”, mentre le dichiarazioni anticipate assumono un valore meramente “orientativo”. Ma qual è il principio giuridico sotteso a questa onnipotenza medica? Se ciò che preoccupava il nostro Legislatore era la coscienza dei sanitari, allora bastava ricordarsi  che nel nostro Paese esiste l’obiezione di coscienza (anche troppo utilizzata) per cui il medico dissenziente avrebbe potuto invocarla in ogni caso in cui i suoi convincimenti etici e morali non gli permettessero di dare corso alle volontà espresse dal morente. Nella legge approvata, anziché affermarsi questo elementare principio, si sceglie che in caso di conflitto tra  autodeterminazione del singolo e concezioni personali del medico siano queste ultime a  prevalere anche se ciò può tradursi in una agonia senza fine. Insomma ciò che appare come un bene indisponibile non è tanto la vita quanto la morte stessa e ci si domanda dove è finito lo Stato in funzione dell’uomo che richiamavano i nostri Costituenti.

Così, mentre molti Paesi europei si sono già indirizzati verso il riconoscimento giuridico di una morte dignitosa conferendo legalità a quelle pratiche da sempre attuate nel silenzio delle strutture sanitarie (come avviene in Italia), l’Italia si avvia verso l’adozione di una legge ‘confessionale’ che abiura la sua tradizione giuridica e gli impegni internazionali assunti. Oltre a vanificare l’interpretazione fornita dalla magistratura nei singoli casi concreti a tutt’oggi verificatisi, lo scopo principale è quello di imporre una morale statalista a tutti i consociati che non sono considerati in grado di decidere rispetto alla fine della propria vita.

Il Legislatore, invece, dovrebbe muoversi in tutt’altra direzione, rendendo illegittimo qualsiasi artifizio volto a mantenere in vita un soggetto il quale desidera o ha manifestato in passato, pur con le limitazioni fisiche che lo affliggono, la chiara volontà di rifiutare ogni accanimento terapeutico, che può identificarsi anche con l’idratazione e la nutrizione artificiale. Se così non sarà, saremo tutti in pericolo e ad avere bisogno di terapie salvavita sarà proprio la nostra Repubblica.


Autore: Francesca Rescigno

E' professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l' Università di Bologna. Autrice di diverse monografie sui temi del bicameralismo italiano, dell'attuazione del nostro regionalismo e dei diritti e della loro possibile estensione oltre i confini della specie umana, si occupa anche di pari opportunità e del ruolo delle donne nelle istituzioni politiche. Ha collaborato per alcuni anni con il Max Planck Institut für ausländisches öffentliches Recht und Völkerrecht di Heidelberg per una ricerca sul finanziamento della politica

2 Responses to “E se le terapie salvavita servissero allo stato di diritto?”

  1. z3ruel ha detto:

    ‘non è l’uomo in funzione dello Stato, ma quest’ultimo in funzione dell’uomo’. Diciamo che questo principio è contenuto in tre articoli della carta, direi che sarebbe alquanto generoso fare rientrare tutto il resto nel principio enunciato dal Mortati.

  2. Cristina ha detto:

    Che triste rendersi conto che viviamo in un Paese poco “umano”, con leggi che stanno cambiando la notra Costituzione, rendendola “disumana” e noi cittadini non abbiamo la forza o forse il coraggio di batterci coalizzati per rivendicare i nostri Diritti di esseri “umani” pensanti.

Trackbacks/Pingbacks