– Gli inglesi lo chiamano right to buy. Da noi si potrebbe tradurre in circa un miliardo di euro di spese in meno per le casse dello Stato. Per intendersi si parla dell’operazione di vendita, agli stessi inquilini affittuari, del complesso di immobili ex IACP  (Istituto Autonomo Case Popolari): l’ha proposta nei giorni scorsi il Ministro Brunetta spiegando che in questo modo “avremmo due milioni di nuovi piccoli proprietari», considerando anche gli inquilini degli immobili appartenenti al patrimonio dei comuni. Come? Concordando la vendita, come spiega lo stesso Brunetta, ad un prezzo capitalizzato d’affitto che si può mediamente ipotizzare compreso tra i 20 e i 30 mila euro (24mila euro il prezzo medio di vendita dei 150mila appartamenti alienati negli ultimi 15 anni – fonte Federcasa).
Un’idea piccina, a costo zero, che però non ha sfiorato neppure mezza delle tante politiche pubbliche proposte in questi anni da governi di centrodestra e centrosinistra. In realtà, a provarci fu già Tremonti con l’ultima Finanziaria 2006, con una normativa tale per cui era possibile vendere fissando un prezzo accessibile in base al patrimonio familiare: sennonché ci si misero di mezzo i conflitti di attribuzione fra Stato e Regioni. Queste dissero: in base al (nuovo) art.117 della Costituzione spetta a noi la competenza sulle procedure per l’alienazione del patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello ex-Iacp. Bene. Allora, come già accaduto per molti altri interventi normativi, si convochi un tavolo fra Stato e Regioni utile a concordare criteri e limiti precisi per la vendita del patrimonio edilizio pubblico. Perché la scelta (saggia) di “decentrare” alle Regioni il potere di legiferare in materia di edilizia pubblica, non può essere un alibi per le giunte regionali a non procedere a una riforma che potrebbe (potenzialmente) fruttare alle casse pubbliche una somma superiore ai 25 miliardi di euro, attuale valore catastale del patrimonio immobiliare ex-Iacp (fonte: Mattei-Reviglio-Rodotà 2007).
L’obiettivo è duplice: anzitutto rendere gli attuali affittuari proprietari della casa che per tanti anni hanno sospirato, affollando eternamente le liste di attesa – lo scorso anno nelle prime settimane di lavoro per la giunta Alemanno sono state consegnate le chiavi a romani che aspettavano dall’88. E, in secondo luogo, mettere in campo una delle soluzioni più accessibili per “fare cassa”. Se poi si considera l’indebitamento finanziario di molte Regioni italiane, una simile operazione di dismissione sarebbe un toccasana. Senza contare che in questo modo si immetterebbe sul mercato un insieme di case da sempre escluse dal mercato immobiliare, con quel che comporta in fatto di investimenti e soprattutto di distorsione della legge della domanda e dell’offerta. Dunque, tre piccioni con una fava. Basta volerlo. A insegnarcelo, non a caso, è stata ancora una volta quella straordinaria (e irripetibile?) leader di nome Margaret Thatcher: il suo primo governo negli anni ’80 fece del diritto ad “acquistare la casa” una delle colonne portanti della sua riforma del welfare.
Quando nell’ottobre del 1980 venne approvato il cosiddetto Housing Act, nel giro di un paio di anni più 400mila sudditi di Sua Maestà esercitarono il loro diritto a comprare stabilito dalla nuova legge. Il successo fu tale che il meccanismo venne in breve esteso anche ai comproprietari di Council Houses (gli immobili dell’edilizia popolare di proprietà dei Comuni).
Come al solito, la lady di ferro docet.