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Hamas e Anp: gli aiuti finanziano la cultura dell’odio

– Sabato, in una manifestazione di Hamas a Gaza, è stata esposta una gabbia in cui era rinchiusa un’effige di Gilad Shalit, il caporale israeliano rapito (in territorio di Israele) nel 2006 e scomparso da allora. Sono passati 1000 giorni di sequestro e né la Croce Rossa Internazionale, né alcun giornalista hanno avuto la possibilità di incontrare il soldato prigioniero. Con le trattative per la sua liberazione appena fallite, Hamas si permette anche di usarne l’immagine, di renderlo un’attrazione, di esporre sulla “gabbia di Shalit” messaggi in ebraico in cui si incita al martirio. Hamas, con queste manifestazioni di odio, vuole addossare a Israele la “colpa” per la mancata liberazione di un uomo sotto sequestro, che sarebbe dovuta avvenire in cambio della scarcerazione di un numero ancora imprecisato di terroristi. Questa è la “cultura” del partito islamico al potere a Gaza.
Pensiamo bene a questi episodi quando leggiamo quanti euro l’Italia darà all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) per la ricostruzione di Gaza dopo i bombardamenti israeliani: 100 milioni, in rate da 25 milioni all’anno, in base agli accordi presi alla Conferenza dei Donatori di Sharm el Sheik. E’ vero che andranno all’Autorità Palestinese e abbiamo espressamente escluso contatti con Hamas. Ma se vogliamo realmente ricostruire Gaza, dobbiamo sapere che c’è una sola forza politica al potere in quella città. Ed è Hamas.
Il gruppo terrorista (riconosciuto tale sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti) ha un potere politico assoluto in Gaza, controlla le forze di sicurezza e tiene persino sotto scacco l’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati) costringendola a reclutare militanti islamici nelle sue file. Questa è la realtà della Gaza di oggi: nessuna alternativa a Hamas. La Gaza di domani, quella che si auspica formalmente, è una città riunificata al resto della Palestina, sotto il governo dell’Anp. Ma anche in questo caso: non libera da Hamas. Perché il presidente palestinese, Abu Mazen ha sempre parlato in termini di “governo di unità nazionale” (dunque assieme ai terroristi islamici), non di sconfitta dell’entità di Gaza, né di cacciata di chi oggi la controlla. Ci fideremmo a dare 100 milioni di euro (in rate da 25 all’anno) a un governo che include i terroristi islamici?
Il problema non è solo quello che daremo alla Palestina, ma quello che abbiamo già dato. Secondo i calcoli della TaxPayers’ Alliance (un’ente non profit britannico per la difesa del contribuente), l’Europa ha già versato all’Autorità Nazionale Palestinese 420 milioni di euro per l’anno 2007. 420 milioni di euro equivalgono allo 0,37% del budget complessivo europeo. L’Italia, direttamente o tramite l’Ue, ha contribuito con circa 80 milioni di euro. Anche per questi aiuti ci si è nascosti dietro il paravento dell’“aiuto all’Anp e non a Hamas”. Che è solo un paravento, appunto: secondo la portavoce della TaxPayers’ Alliance, Susie Squire, da noi incontrata la settimana scorsa, “non c’è alcuna certezza che l’Anp abbia smesso di trasferire denaro a Hamas in Gaza”. Inoltre c’è una complicità ancor più profonda fra l’Anp e il partito islamico: nel linguaggio e nell’ideologia. Non stupisce che lunedì, in occasione dell’attentato a Sidone (Libano) contro un esponente dell’Olp, sia Hamas che Fatah (il partito di Abu Mazen) abbiano reagito usando lo stesso identico argomento: l’azione terroristica faciliterebbe solo il “nemico sionista”. Nelle trasmissioni della Tv pubblica palestinese (controllata dall’Anp) i programmi che incitano al “martirio” e al terrorismo contro Israele non sono da meno rispetto a quelli trasmessi da Al Aqsa Tv di Gaza. Nella televisione sponsorizzata dal “moderato” Abu Mazen si possono regolarmente ascoltare sermoni come questo citato dal Palestinian Media Watch: “La Palestina è il nostro sogno, fratelli. Oh masse leali a Fatah, la terra è assetata del sangue dei martiri. Jaffa, Haifa e Acri chiamano. Nablus e Gaza: ‘Quando ci incontreremo e spezzeremo le catene?’ Milioni di martiri marciano alla volta di Gerusalemme”. E nei libri di testo delle scuole pubbliche dell’Anp, si devono studiare ancora lezioni come questa: “Oh eroi, Allah vi ha promesso la vittoria… Non lasciatevi persuadere dalla fuga… I nostri nemici desiderano la vita, mentre voi desiderate la morte. La morte non ha un sapore amaro per i credenti”.
Ora, cercando di essere pragmatici: a cosa serve finanziare la ricostruzione post-bellica di un Paese che educa ancora le sue nuove generazioni a una nuova guerra? Possiamo ricostruire case, ospedali, scuole, strade o nuovi aeroporti turistici nei Territori (come ha promesso esplicitamente il premier Silvio Berlusconi, per rilanciare il turismo dei pellegrini)… per poi vederli distruggere nella prossima guerra, scatenata dalle nuove generazioni di Hamas e Fatah rese fanatiche sin dall’infanzia. Questo è l’unico risultato pratico degli aiuti. E così è stato finora. I donatori (Ue compresa) hanno versato nelle casse palestinesi, complessivamente, una somma che è pari all’incirca a 5 volte il Piano Marshall statunitense post-Seconda Guerra Mondiale. Il singolo cittadino palestinese è, già da oggi, il maggior beneficiario storico di aiuti internazionali in tutto il mondo. Eppure tutti questi soldi non hanno reso affatto benestanti i palestinesi, né sono serviti a far loro abbandonare la loro ideologia violenta. Gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania, dopo sedici anni di retorica internazionale sul processo di pace e sostegno economico, sono gli stessi che portano per le strade l’effige di un soldato rapito, studiano su testi jihadisti, guardano in Tv programmi che incitano al terrorismo.
Sarebbe ipocrita (e anche un po’ marxista) credere che gli aiuti umanitari o la costruzione di nuove infrastrutture servano a cambiare la testa della gente e a evitare nuove guerre. La materia non cambia le idee. Semmai sono idee nuove che cambiano anche materialmente un popolo. Le soluzioni possibili, dunque, sono solo due. La prima è semplice: smettere di inviare aiuti e lasciare che siano i Palestinesi a pagarsi da soli i danni di guerre che loro stessi provocano. Col rischio, però, che i palestinesi si rivolgano unicamente ad alleati antagonisti all’Occidente: la Russia, la Cina o l’Iran totalitario. Una soluzione alternativa, come suggerisce la TaxPayers’ Alliance, è: vincolare gli aiuti allo sviluppo di una cultura di pace. I soldi del contribuente italiano saranno utili solo quando andranno a finanziare libri che insegnano la tolleranza ai bambini palestinesi (che poi sono il 42% della popolazione locale). Un progetto simile ha già avuto successo: le nuove generazioni di tedeschi e di giapponesi, dopo la II Guerra Mondiale, sono cresciute nel ripudio della guerra. Nell’Irlanda del Nord, il programma finanziato dal governo britannico Education for Mutual Understanding, ha avuto altrettanto successo nel placare gli animi delle nuove generazioni di cattolici e protestanti. Se vogliamo la pace, insomma, un buon libro è molto più efficace di dieci aeroporti turistici. E costa anche molto meno.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Hamas e Anp: gli aiuti finanziano la cultura dell’odio”

  1. Gabbiano ha detto:

    infatti tutti gli aiuti che da decenni finiscono in quella zona sono sempre un favore alle peggiori gerarchie, e purtroppo con l’europa che accondiscende tappandosi gli occhi, e un obama aperturista, o dei brutti presagi…. piegare la testa davanti al fanatismo non ha mai portato alla “pace”.

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