– Papa, cardinali, vescovi: tutti esercitano con aggressività e con risonanza un ruolo pubblico. Più “pubblici” di così, includendo anche le loro frequenti apparizioni televisive, mi riesce difficile immaginarli. Eppure, loro e i loro sostenitori, molto “teo” e poco “dem” (se il suffisso sta per “democratici”) continuano a rivendicare un ruolo pubblico per la religione. Fatta la tara sulla presenza già accertata della religione sulla scena pubblica italiana, ed è qui che, credo differisco da Della Vedova e da Palma, è  proprio sulla concezione di che cosa significhi “ruolo pubblico” che dobbiamo interrogarci.
Il dibattito nello spazio  pubblico non è mai stato l’elemento caratterizzante la democrazia italiana. Più frequente, il segreto; più diffuso, il mistero; più praticato, l’oscuro: la trasparenza, con l’eliminazione degli arcana imperii, è ancora collocata in un orizzonte lontano che pochi tentano di raggiungere. La ragione di fondo è che nello spazio pubblico nessuno desidera un  confronto. Tutti preferiscono un loro specifico e esclusivo spazio pubblico, che, comunque, rimanga protetto e privilegiato. Invece, concesso senza difficoltà un ruolo pubblico alla religione cattolica e ai suoi interpreti, bisogna, anzitutto, riconoscerlo anche a tutte le altre confessioni religiose rispettose della legge e a tutti coloro che, credenti, non credenti, diversamente credenti, vogliano interloquire con le affermazioni, le dichiarazioni e, ahimé, le imposizioni che vengono dalle religioni.   Sulla scena pubblica si sta, un ruolo pubblico si afferma e si esercita, in maniera legittima, esclusivamente attraverso l’argomentazione e la giustificazione delle proprie posizioni, preferenze, prospettive.
Vedo in giro, praticamente soltanto in Italia, fortunatamente non allo stesso modo in tutte le regioni, uno straordinario spirito di sottomissione e di servilismo nei confronti  del potere del Vaticano, con i cardinali che si lamentano delle critiche che ricevono piuttosto che argomentare le contro-critiche. No, non è questa la concezione corretta del “ruolo pubblico della religione”. Al contrario, è la visione clericale di quello che dovrebbe essere il sistema politico (italiano). Non mi permetterei mai di dire agli ecclesiastici che cosa dovrebbero fare né di suggerire che sarebbe meglio per  la Chiesa, per loro, per i cattolici se volessero effettivamente confrontarsi e dialogare. Dirò, invece, alto e forte, che tutti staremmo meglio se i laici difendessero l’importanza del confronto e dello scontro fra le opinioni, in scienza e coscienza, per migliorare la convivenza civile, di tutti.