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PDL: è venuto il tempo per una organizzazione “post – carismatica”?

Forza Italia è nata come un partito carismatico e tale è rimasto per quindici anni. Oggi dalla sua fusione con il partito di Gianfranco Fini, Alleanza nazionale, sta per nascere il Popolo della Libertà. Anch’esso sarà guidato da Silvio Berlusconi. Uno dei problemi che il Pdl si troverà dunque ad affrontare sarà quello del rapporto tra la fisionomia della sua organizzazione e il carattere carismatico della sua leadership. In altri termini, si porrà la questione del mantenimento o meno di dinamiche tipicamente carismatiche all’interno della sua struttura; la questione, cioè, dell’ istituzionalizzazione del carisma.
Dall’interno del Pdl numerose sono le voci che sostengono che anche il Pdl sarà inevitabilmente un partito carismatico, che anzi vedono in questo un valore aggiunto per la nuova formazione. Ma a questo proposito diventa necessario ricordare che un’ organizzazione carismatica è una organizzazione fluida e non consolidata, le cui dinamiche interne non si sviluppano secondo regole chiaramente definite ma dipendono in gran parte dalla volontà del leader.
Come scriveva Angelo Panebianco, “il potere carismatico dà luogo a una organizzazione di rapporti sociali che non conosce “regole” né “carriere” al suo interno, né una chiara e definita divisione del lavoro. Le lealtà dirette da una parte e la delega dell’autorità da parte del capo dall’altra su basi personali e arbitrarie sono gli unici criteri che informano il funzionamento dell’organizzazione (…) la scelta del capo e la sua continua dimostrazione di fiducia nei confronti dei subordinati sono gli unici criteri da cui dipende la “struttura delle opportunità” per i singoli operanti entro l’organizzazione, gli unici criteri che informano la gerarchia (informale) interna.”
E’ difficile negare che il concreto funzionamento di Forza Italia si sia avvicinato a questo modello, come è anche difficile negare che questa modalità di operare abbia avuto anche riflessi sull’organizzazione del partito sul territorio, ancora oggi debolmente consolidato (rimandiamo a questo proposito ai due volumi del 2001 e del 2008, rispettivamente di Emanuela Poli e Chiara Moroni). Il dilemma che oggi si pone è se l’elemento carismatico in quanto principio organizzativo sia da considerarsi un dato ineliminabile sino a che la guida del Pdl sarà nelle mani di Silvio Berlusconi e se sia auspicabile o meno che esso informi la natura del nuovo partito. Che il mantenimento di un’organizzazione di tipo carismatico costituisca un dato positivo, sembra essere la convinzione di molti; Gaetano Quagliariello, ad esempio, in un recente intervento sulla rivista di Fare Futuro “Charta Minuta”, dal significativo titolo “Non possiamo sparare sul partito carismatico”, parla di un carisma berlusconiano “che continua e che Berlusconi ha inteso emblematicamente ribadire riandando alle origini della sua presenza in politica”. “Non gli si può chiedere di più – aggiunge Quagliariello – Come sedimentare e dare durata a quella epifania spetta a noi”. Davvero non possiamo chiedergli di più? O, altrimenti detto, davvero non possiamo chiedergli che consenta che il Pdl conosca una istituzionalizzazione del carisma, e dunque un consolidamento organizzativo con lui ancora alla guida del governo?
Il motivo per il quale ci poniamo questo interrogativo è che siamo convinti che la fluidità prodotta dal carisma, non in quanto tale ma in quanto principio organizzativo, abbia riflessi negativi sulla possibilità di durare del nuovo partito. Per una struttura dove le posizioni di potere non hanno basi particolarmente solide, dipendendo in gran parte dal favore del leader, il ritiro di quest’ultimo dalla scena politica rischia di sottrarre il collante principale della coalizione dominante e dunque di aprire la strada a dinamiche aspramente conflittuali e centrifughe. Un fenomeno che si riverserebbe a cascata su tutti i livelli dell’organizzazione, al centro e nella periferia, e che nel suo insieme potrebbe mettere in forse la stessa sopravvivenza del partito.
Parlare del dopo-Berlusconi nel centrodestra è oggi un tabù, e davvero proprio non si capisce perché. A questo proposito, ci viene alla mente uno dei più grandi leader del secolo scorso, Charles de Gaulle, che per tutta la sua carriera politica si propose come guida per la Francia, rimettendo al tempo stesso in gioco, ogni volta che fu necessario, la propria permanenza al potere; lo stesso Charles de Gaulle che testardamente volle la riforma del 1962 – l’elezione diretta del Presidente – proprio perché pensava al futuro della Francia e sapeva che il suo carisma non era replicabile e che i suoi successori per potere governare il paese avrebbero avuto bisogno di un surplus di legittimità popolare, quello appunto derivante dal voto diretto.
L’istituzionalizzazione e il consolidamento del partito gollista, anch’esso un partito carismatico, avvenne proprio mentre de Gaulle era ancora presidente. I fattori che consentirono in quel caso l’oggettivazione del carisma furono numerosi e non è qui possibile richiamarli, ma è comunque importante osservare che ciò avvenne grazie anche alla progressiva distinzione tra il leader carismatico, prima di tutto presidente dei francesi, e chi concretamente assunse la guida e la gestione del partito, prima Debré e poi, in modo più risolutivo ed efficace, Georges Pompidou. Quando nel 1969, dopo la sconfitta del referendum da lui indetto, de Gaulle si ritirò dalla vita politica, il partito aveva ormai raggiunto una forza ed una autonomia tali da poter essere utilizzato prima come trampolino di lancio e poi come “partito del presidente” dallo stesso Pompidou.
Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo nel 1994 e la creazione di Forza Italia ha giocato un ruolo cruciale nella bipolarizzazione del nostro sistema politico. Ma le acquisizioni necessitano di essere consolidate affinché possano resistere al tempo. Che il Pdl sia prima di tutto una creatura del Presidente del Consiglio non vi è dubbio alcuno. Questa sua creatura potrebbe divenire una delle maggiori eredità da lui lasciate al paese, ma perché ciò accada Berlusconi, forte della sua indiscussa leadership e del suo carisma, deve dare ad essa quelle regole che le permettano di acquisire la forza e l’autonomia necessarie per lo sviluppo di un grande partito presidenziale “post-carismatico” e guardare, così, con più sicurezza e serenità, al futuro.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

3 Responses to “PDL: è venuto il tempo per una organizzazione “post – carismatica”?”

  1. Roberto ha detto:

    Quagliariello è un esperto di storia gollista e dovrebbe sapere benissimo quale fu il lascito di De Gaulle e quale, ahinoi, rischia di NON essere il lascito di Berlusconi.
    Se esponenti politici come Quagliariello continuano a giustificare lo stato delle cose invece di stimolare Berlusconi ad avere maggiore lungimiranza, saranno responsabili di ciò che accadrà da qui a qualche anno.

  2. Lorenzo Pastori ha detto:

    Quello che nascerà domani è un partito destinato a durare quanto la leadership di Berlusconi. Dopo non rimarrà più nulla. Come è nato morirà. Nessuno ha la forza elettorale di Berlusconi che gli consente di fare quello che vuole e quello che più si oppone alla nascita di un partito normale è proprio Berlusconi, che non vuole nessun tipo di limite politico o organizzativo alla sua azione. Il Pdl è solo il partito di Berlusconi, liberale, clericale, liberista e statalista a seconda di quello che Berlusconi ritiene utile per sè e per il paese. Non è come dice Della Vedova un country -party, ma un one-man-party

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