La libertà? Al minimo storico e vittima di un “errore giudiziario”

La competizione sul piano ideale tra le anime dei principali schieramenti è la cifra del nuovo contesto politico che è andato definendosi. Superata la democrazia imperfetta della Prima Repubblica, raggiunto il traguardo dell’alternanza di governo e tramontate le ideologie totalizzanti, occorre far i conti con forze politiche che, con ambizioni maggioritarie, non possono presentare un carattere monolitico. Ciò vale soprattutto se lo strabismo della politica italiana lascia tracce delle medesime tradizioni e degli stessi valori politici a destra come a sinistra. La competizione, quindi, si gioca sul piano delle idee per convincere la leadership e l’elettorato della bontà dei contenuti e dei valori liberali. Per ogni parlamentare del Popolo delle Libertà, non si tratta poi che di ritrovare e dar senso al “complemento di specificazione” del partito e di declinare il concetto di libertà dei vari ambiti del diritto e dei rapporti umani. Detto altrimenti, si tratta di tener fede al nome, al valore riconosciuto come emblematico sin dalla denominazione del Popolo delle Libertà, permeando la cultura politica del partito con le idee e le proposte che ne derivano.

Oggi, in piena crisi economica, non solo la forma dell’associazione culturale e del laboratorio ideale si rivela lo strumento più adeguato all’affermazione di un’identità politica, ma da parte liberale si rivela un’esigenza ineludibile. La necessità è quella di difendere la libertà da un macroscopico “errore giudiziario” che vede nel mercato la fonte di tutti i mali di oggi; l’esigenza è quella di ripartire nel momento in cui la coscienza collettiva delle libertà individuali sembra aver toccato i minimi storici per riaffermarne la validità. L’accusa non regge nel tempo e di fronte al tempo. Keynes, chino sull’immediato, ricordava che nel lungo periodo siamo tutti morti. Oggi è il lungo periodo, e noi siamo vivi, con un intervento dello Stato più pervasivo che nel 1928 e, nel caso nostro, un debito pubblico superiore alla ricchezza prodotta in un anno. A ciò si è giunti poiché nei decenni scorsi ad ogni crisi si è risposto con politiche espansive e interventismo statale, con il risultato di gravare sul futuro e sulle future crisi.

Perché in Italia, con il 43,3% di pressione fiscale sul pil, si addossino al libero mercato le responsabilità delle difficoltà contingenti serve una buona dose di sfrontatezza. Circa il 5% del pil viene impiegato per pagare gli oneri sul debito pubblico. Non sarà forse questo fardello ad aver impedito all’Italia di godere della crescita globale del libero mercato negli ultimi 20 anni? Non potrebbe esser forse questa la ragione per cui una manciata di punti del pil erosi dalla recessione ci riporta indietro di un decennio, mentre i paesi che più hanno abbracciato politiche liberiste negli ultimi anni vedono consumarsi solo un’esigua parte dei progressi compiuti in anni di rapida crescita? Questa consapevolezza impone di marcare che non saranno le promesse di piani faraonici e l’allentamento dei cordoni della spesa pubblica a rilanciare l’economia in un paese dove ogni investitore teme che le risorse impegnate si perdano tra i canali della burocrazia; conterà piuttosto la capacità di garantire con un’amministrazione efficiente e veloce la remuneratività nel breve periodo dei capitali privati impiegati per la realizzazione di un impianto industriale o di un’infrastruttura importante per il paese.

Per recuperare opportunità di sviluppo non c’è bisogno di più Stato, ma di più libertà di iniziativa privata, di libertà d’impresa, di libertà di ricerca nei settori di avanguardia più promettenti, come gli ogm o le staminali.

Non si renderebbe necessaria probabilmente neppure una rete di ammortizzatori sociali più estesa (e costosa), se si affermasse l’idea che il lavoro è una libertà prima che un diritto; per creare occupazione basterebbe liberalizzare il mercato dei servizi, dove permangono forti vincoli all’offerta, consentire ai giovani di far fruttare le competenze acquisite, rendendo più agevole l’apertura di un esercizio commerciale o un’attività imprenditoriale. Talvolta, per dare lavoro a chi lo chiede, basterebbe rimuovere quei vincoli burocratici che per una distrazione del redattore o il mancato aggiornamento di un decreto ministeriale, dopo la riforma dell’Università, impediscono ai nostri laureati di accedere ad una professione.

Nelle politiche governative si mescolano spinte dirigistiche e prese di posizioni consapevoli e dettate da senso di responsabilità. Si palesa il momento del confronto tra le diverse culture politiche che cercano di permeare l’identità dell’attuale partito di maggioranza. In una fase storica in cui sulla scena mondiale le idee liberali sembrano soccombere, occorre dotarsi di strumenti adatti a competere sul piano ideale e (far) recuperare i valori della libertà, a cui molti, dimenticandone il significato, sembrano abdicare.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “La libertà? Al minimo storico e vittima di un “errore giudiziario””

  1. Alessandro Caforio ha detto:

    “Sante” parole

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