Nel suo prezioso discorso al congresso di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini ha confortato non poco gli spiriti liberali del Pdl, in vista del congresso fondativo del prossimo fine settimana. Dalle considerazioni più prettamente politico-istituzionali sulla leadership, sulla forma-partito e sul ruolo del Parlamento, all’appello perché il Pdl abbia una visione ampia e innovatrice sulle sfide dell’Italia multi-etnica che verrà, il presidente della Camera ha tracciato i primi contorni di una mappa tutta nuova, che servirà alla navigazione politica dei prossimi decenni.
La declinazione finiana del concetto di primato della dignità della persona, in particolare, merita attenzione.
Per Fini, se la dignità della persona è il valore principale cui orientare l’azione politica, il suo naturale corollario è che il ruolo dello Stato non può in alcun modo essere la limitazione della libertà individuale, ma la garanzia del suo pieno esercizio.
Nelle parole di Fini, questa concezione dello Stato chiamato ad “esaltare la libertà” ha importanti implicazioni quando si affrontano il tema della sicurezza e della legalità. Un argomento centrale per il Pdl, tanto nel “pantheon” delle istanze quanto nell’agone quotidiano del dibattito interno (e del confronto con la Lega – polemica sulle ronde docet). “La vecchia iconografia della destra legge e ordine – ha detto Fini – oggi va declinata in modo diverso se si è davvero convinti che quello che vogliamo non è l´ordine delle caserme, non è l´ordine imposto contro la libertà, ma è al contrario quell´ordine intimo che c´è in una società coesa laddove è difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, la dignità della persona umana quale che sia il colore della pelle, quale che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale.”
Parlando della promozione della libertà degli individui in una società multirazziale e multireligiosa, Fini ha sfidato l’applausometro della Fiera di Roma, ma ha parlato alla testa, e non alla pancia, degli elettori. In un sol colpo, colui che fu il delfino di Almirante ha messo in soffitta un po’ di scatoloni pieni di stanca retorica identitaria (per non dire di peggio) e ha tirato fuori una visione coraggiosa, per certi versi minoritaria, sia nel partito che si è sciolto ieri che in quello che nasce questa settimana, ma assolutamente concreta, pragmatica, “repubblicana”. E usiamo questo termine sia all’europea che all’americana.
“Lo Stato non è più il Moloch del secolo scorso” ha continuato il presidente della Camera, sottolineando come uno dei compiti del Pdl debba essere la declinazione in senso orizzontale del principio di sussidiarietà. Vale a dire, l’arretramento dell’intervento pubblico rispetto alle libere scelte e alle autonome aspirazioni individuali, che lo Stato ha il compito di tutelare, non di determinare.
Si potrebbe dire, in modo ancora più netto: speriamo che lo Stato non torni ad essere il Moloch odioso e nefasto che è stato per buona parte del secolo scorso. Ma sono dettagli, a questo punto. Ciò che conta è che Gianfranco Fini abbia ben chiaro lungo quali rotte voglia indirizzare la navigazione politica del Pdl: con una mappa nuova rispetto al passato, perché nuovi ed inesplorati sono i mari da attraversare.