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Tra lo Stato e la Chiesa non c’è solo l’embrione

Il professor Pasquino, nel suo pezzo pubblicato ieri su Libertiamo, denunciava come i rischi per lo Stato laico continuino a provenire dal convergente attacco dei fondamentalismi religiosi e delle ideologie statolatriche, ma come oggi un terzo gruppo di nemici −  “il meno prevedibile” e “il più minaccioso” − sia costituito da (usiamo parole nostre) opportunisti politici che ritengono profittevole subordinare l’intervento normativo sulle materie eticamente sensibili al magistero della Chiesa.

Non c’è dubbio che affidare in outsourcing alle “autorità spirituali” la soluzione di problemi normativi che comportano implicazioni morali equivale ad una sostanziale abdicazione della politica: della politica tout court, non solo della politica laica. È altrettanto vero che non è ammissibile, come molti teo-con e teo-dem usano fare, legittimare la presenza della Chiesa nella discussione politica e delegittimare pregiudizialmente ogni critica alle forme e ai contenuti del suo intervento. La partecipazione al gioco politico comporta l’implicita accettazione delle regole del gioco. E le regole del gioco non contemplano il reato (o il peccato) di lesa maestà.

Meno convincente ci pare la diffidenza che il professor Pasquino sembra manifestare verso la rivendicazione del ruolo pubblico della religione, giudicata alla stregua di un richiamo irrazionale al principio di autorità. Nulla (né in teoria, né in pratica) esclude che ai “preti” e a quanti ne sono ispirati sia consentita una presenza politica, che, al pari di quella dei “laici”, non si sottragga alla regola logica dell’argomentazione razionale e accetti la prova della discussione e della confutazione pubblica. Il presidente Obama ha una storia politica e personale non solo animata da sentimenti, ma anche ancorata a riferimenti di stampo religioso. Eppure, su molti temi bio-politici, è molto più laico del suo predecessore.

Non tutta la Chiesa, né tutte le chiese parlano politicamente ex cathedra. Non tutto il mondo cattolico, né l’intera gerarchia ecclesiastica, ritiene che i valori non negoziabili della fede siano suscettibili di una immediata traduzione legislativa. Non tutti i porporati (grazie a Dio) risolvono i rapporti tra legge umana e legge divina teorizzando la subordinazione della prima alla seconda o intendendo l’impegno pastorale come una forma di sindacato preventivo sull’attività del Parlamento. Esiste una parte consistente della realtà cattolica, nella sua base e nei suoi vertici, che non intende il contributo etico-culturale dei cattolici in termini direttivi e prescrittivi, ma al contrario come una forma di impegno alla comprensione e di prossimità ai problemi e alla realtà umana del paese.

Ci rendiamo conto che a molti possa apparire “cerchiobottistico” il tentativo di coniugare il riconoscimento del ruolo pubblico delle religioni, come grandi organizzazioni storiche e secolari, con la difesa della laicità delle istituzioni. Per quanto stretto oggi possa apparire questo sentiero, noi pensiamo però che vada percorso. Non che la Chiesa parli, ci sembra oggi il problema, ma come, e con quale senso della propria autonomia, la politica e i politici rispondano. A noi sembra assai più astratto pensare che la (necessaria) neutralità morale dello Stato comporti la (pericolosa) neutralizzazione politica della religione. La presenza e perfino l’ingerenza cattolica andrebbe giudicata non in quantità, ma in qualità; non tanto in generale, attraverso un’analisi delle forme con cui oggi si manifesta il rapporto tra comunità ecclesiale e comunità nazionale, ma, più laicamente, in particolare, con riferimento al contributo specifico che giunge, da parte cattolica, alla discussione politica.

E’ proprio dall’analisi di questi contenuti che arrivano, a nostro avviso, i segnali più preoccupanti, a partire dalla scelta, in qualche modo ufficiale (senza grandi differenze tra Segreteria di Stato e Cei), di articolare in via pressoché esclusiva il rapporto tra Stato e Chiesa attorno alla questione di come possa essere storicamente inteso e di cosa comandi il “diritto naturale” sui temi della vita.

Ad uscire sacrificate da questo approccio rigidamente “catechistico” sono le possibilità di rapporto e di dialogo che attengono, più in generale, alle questioni di etica pubblica e a quello che, con buona approssimazione, potremmo chiamare il profilo morale e civile del paese. Che riguarda, certo, le questioni dell’inizio e del fine vita, ma che coinvolge più in generale il modo in cui in Italia si sviluppano i processi di competizione e cooperazione sociale, si intende e si rispetta il contratto civile che stabilisce i diritti e i doveri della cittadinanza e si lavora al progresso e al benessere del paese. Insomma, accanto ai valori non negoziabili dell’etica personale, esistono (e sono politicamente assai più rilevanti) le sfide non rinunciabili dell’etica sociale.

Dalla storia risorgimentale a quella del secondo dopoguerra lo sforzo delle elite cattoliche, che non hanno guardato con sospetto e disprezzo al processo di unificazione, è stato quello di assicurare un contributo all’edificazione di un ideale politico nazionale, che guardasse ai fondamenti dell’organizzazione civile del paese e delle sue capacità di crescita economica e di coesione sociale.

In Manzoni, Sturzo e De Gasperi – per fare esempi illustri – non è mai prevalsa un’intransigenza dottrinaria, ma una tensione unitaria. Né la loro azione è stata guidata dall’obiettivo di rappresentare i cattolici più che da quello di governare gli italiani.  Si potrà sostenere che la fine dell’unità politica dei cattolici (a salvaguardia, anche, dell’unità e libertà politica del paese) ha reso inevitabilmente più identitario e meno “nazionale” l’apporto dei cattolici impegnati in politica. Ma questo non rende meno impolitica e preoccupante una situazione nella quale la Chiesa appare anti-secolaristica (o come dicono alcuni, post-secolaristica) sulle questioni eticamente sensibili e negligente rispetto al “cuore” del problema politico italiano, cioè al deficit di responsabilità, impegno e serietà che tuttora grava sul nostro paese, che ne ha determinato il distacco (non solo in termini di crescita, ma più in generale di credibilità, efficienza, legalità) dai maggiori concorrenti europei e che costituisce la tutt’altro che commendevole “eccezione italiana”.

Non è la comunità cattolica, in sé, a portare la responsabilità di questo problema civile. Ma sono anche il popolo e le elite cattoliche a dovere domandarsene ragione e a concorrere alle sue soluzioni, nella consapevolezza che questo problema (e la sua perdurante urgenza) è anche il segno del fallimento storico di cui il partito cattolico in Italia porta, accanto a molti meriti, la pesante responsabilità.


Autore: Benedetto Della Vedova e Carmelo Palma

Benedetto Della Vedova - Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, guida il gruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Caemelo Palma - 42 anni, torinese, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo.

3 Responses to “Tra lo Stato e la Chiesa non c’è solo l’embrione”

  1. Luca Fascini ha detto:

    E’ una illusione che la Chiesa possa essere patriottica e attenta all’interesse nazionale di un paese di cui ha avversato l’unificazione.

  2. Carmelo Palma ha detto:

    Penso che sarebbe sbagliato e non solo ingeneroso ritenere che la storia della Chiesa, del mondo cattolico italiano e delle sue elite culturali e politiche sia ferma a Porta Pia. E neppure la politica “laica” può fermarsi lì, pensando che un secolo e mezzo di storia non abbia cambiato nulla della sostanza delle cose. Qualcuno vorrebbe sostenere che nel secondo dopoguerra (e fino alla caduta del Muro) il rischio più grave per l’unità, l’indipendenza e la dignità della nazione sia giunto da parte cattolica? L’idea che un ideale civile nazionale sia costitutivamente precluso ai cattolici italiani mi sembra (e qui ci vuole!) una vera e propria superstizione irrazionale. Riconoscere questo non significa concedere alcunchè alle ragioni e alle pulsioni reazionarie che oggi agitano (e dividono, molto più di quanto sembri) la Chiesa e il mondo cattolico italiano.

  3. Silvana Bononcini ha detto:

    Ecco, è molto più semplice essere tout court anticlericali, ma leggendo le vostre argomentazioni uno si convnce che…. avete ragione!
    Solo che sono altisonanti le reazioni di gerarchie reazionarie della Chiesa, mentre altre posizioni di un Chiesa slenziosa ma operosa e “cristiana ” richedono un’attenzione rigorosa e paziente!

    Fortunatamente in ” Libertiamo ” ci sono i filosofi…

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