Categorized | Comunicati, Partiti e Stato

Il Pdl vince se comprende il nuovo che si muove nella società

di Benedetto Della Vedova da www.ffwebmagazine.it

– Il discorso di Gianfranco Fini al congresso di Alleanza Nazionale ha offerto un contributo di grande valore per la nascita del PDL.  Dal punto di vista del metodo, Fini ha esplicitamente escluso l’idea di una corrente di An dentro il nuovo partito e ha comunque preventivamente rinunciato a esserne il leader: è stato il modo migliore per favorire una “fusione” e non una “sommatoria” di parti (o di fazioni) destinate a mantenere una fisionomia distinta e per avviare una dialettica politica interna non pregiudizialmente conflittuale.
La scelta del Presidente della Camera è destinata a produrre un’accelerazione potente nella formazione di un soggetto politico nuovo, che abbia sì solide fondamenta nella storia politica delle formazioni che lo hanno promosso, ma il cui sguardo sia unicamente rivolto al futuro del paese, superando d’un balzo gli schematismi politici ed ideologici del secolo scorso.
Per altro verso — e Fini non ha mancato implicitamente di sottolinearlo,  ribadendo la continuità del nuovo progetto con la svolta di Fiuggi — il PDL è un soggetto la cui “novità” non consiste nella rottura o nel superamento di un paradigma ideologico inservibile, ma nell’evoluzione coerente di un centro-destra che, dal 1994 ad oggi, ha già robustamente innovato dal punto di vista organizzativo e modernizzato dal punto di vista programmatico le forme e i contenuti della coalizione liberale e moderata. Il PDL non è il Pds o il Pd. E’ il figlio di una “vittoria” e non di una “sconfitta”.
Sgombrando il campo dalla questione della leadership (quella di Silvio Berlusconi resta indiscussa e indiscutibile tanto sul piano politico che del consenso), sarà nel mercato delle idee e delle proposte di governo che, all’interno del nuovo partito, potrà dispiegarsi una sana competizione politica. Non ci ritroveremo dentro cordate in lotta per il potere interno, tantomeno secondo le logiche delle vecchie appartenenze, ma saremo chiamati ad animare la vita del nuovo soggetto in una discussione pubblica che abbia una presa diretta sulle passioni e gli interessi degli italiani, quelli che ci votano ma anche gli altri; e su questo terreno vi saranno incontri inediti e a “geometria variabile”. Questo farà da subito del PdL un vero partito e un partito vero.
Mi spiace per Pierferdinando Casini che ha goffamente cercato di liquidare il PDL come una “Forza Italia allargata”, ma, con tutta la considerazione del ruolo storico avuto da FI nel ridisegnare su basi di grande modernità gli schemi della politica italiana, il congresso del prossimo fine settimana segnerà l’avvio di un capitolo completamente nuovo dello stesso berlusconismo. E, a mio avviso, il primo a trarne giovamento sarà proprio il Presidente del Consiglio.
Sul piano del merito, la collocazione del PDL sarà nell’ambito della cornice ideale e politica del PPE, che da tempo, come ha sottolineato Fini, non è più un’internazionale democristiana su base continentale.
Il richiamo all’economia sociale di mercato – anche per chi, liberista come me, non è mai stato entusiasta di una definizione troppo simile a quella dell’“economia socialista di mercato”, cara al regime cinese – sgombra comunque il campo dall’equivoco ideologico di chi avrebbe voluto realizzare “da destra” quanto per un secolo si è tentato (e fallito) da sinistra, per ragioni culturali e politiche, prima che economiche.  Non sarà il PDL a lanciare né a combattere la crociata contro il mercato, che rimane il luogo e la forma più efficiente per la produzione della ricchezza, per il premio del merito e per la creazione delle opportunità. Non sarà il Popolo delle Libertà a negare alla libertà economica un ruolo centrale nell’ordinamento civile.
Ma è sulla questione della laicità che il richiamo al PPE diventa in Italia particolarmente significativo. Non solo perché nel PPE è presente una netta distinzione tra il ruolo della Chiesa e quello dello Stato, ma perché nell’azione legislativa e di governo i grandi partiti che vi aderiscono assumono sui temi eticamente sensibili posizioni pragmaticamente laiche. Sulle coppie di fatto – anche omosessuali – o sul testamento biologico le posizioni assunte in Spagna, Francia o Germania dai partiti del centrodestra verrebbero da alcuni esponenti del PDL considerate il segno di una pericolosa deriva laicista e relativista. Ovviamente non è così. Sono semplicemente posizioni liberali, rispettose della pluralità di ispirazioni etiche che caratterizzano tutte le società europee, senza che quella italiana vi faccia eccezione. E sono scelte ragionevoli e realistiche, che non presuppongono l’esistenza di una comune identità etico-culturale all’interno di un elettorato assai più variegato e composito, quale è quello non solo del Partido Popular, dell’UMP e della CDU, ma anche dello stesso PDL.
La “rottura” definitivamente operata da Fini con la tradizione “Dio, Patria e famiglia” della destra, serve ad arginare una deriva identitaria e auto-consolatoria che pare impadronirsi del PDL, facendolo scivolare su di un piano pericolosamente confessionale. Spesso, infatti, sembra che dietro lo scudo del consenso elettorale berlusconiano si faccia largo la tentazione di imprimere potenti virate verso una  revanche  tradizionalistica; e se nel breve termine queste scosse potrebbero anche essere assorbite dal nostro elettorato, sono convinto che nel tempo ci farebbero perdere la presa verso ampi settori di una società in rapido mutamento, che, in linea generale, non confonde l’amore e il rispetto della tradizione con una sorta di “feticismo” del passato.
Per le stesse ragioni, trovo importante che Fini abbia ribadito che l’Italia che saremo chiamati a governare tra dieci anni sarà, inevitabilmente, multietnica e multireligiosa: un grande partito deve attrezzarsi a questa necessità (che non è una scelta, ma un fatto) dal punto di vista culturale, non meno che da quello elettorale.
Abbiamo dinanzi due sfide: sostenere un governo in grado di dare seguito e sostanza al “Rialzati, Italia!” della campagna elettorale e riempire il futuro del PDL di idee e di politica. E vanno affrontate congiuntamente.
Una cultura liberale, uno spirito repubblicano, una piattaforma politica realistica e moderata, non ideologicamente progressista, né pregiudizialmente conservatrice, una sincera disponibilità a comprendere — e non solo a giudicare — quanto di nuovo spontaneamente si muove nella società: questo servirà al PDL per sopravvivere (e vincere) quando quel “marziano” di Berlusconi sceglierà di non occuparsi più della politica italiana o deciderà di non farlo più da leader del centro-destra.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “Il Pdl vince se comprende il nuovo che si muove nella società”

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Il Pdl vince se comprende il nuovo che si muove nella società Abbiamo dinanzi due sfide: sostenere un governo in grado di dare seguito e sostanza al “Rialzati, Italia!” della campagna elettorale e riempire il futuro del PDL di idee e di politica. E vanno affrontate congiuntamente. Una cultura liberale, uno spirito repubblicano, una piattaforma politica realistica e moderata, non ideologicamente progressista, né pregiudizialmente conservatrice, una sincera disponibilità a comprendere – e non solo a giudicare – quanto di nuovo spontaneamente si muove nella società: questo servirà al PDL per sopravvivere (e vincere) quando quel “marziano” di Berlusconi sceglierà di non occuparsi più della politica italiana o deciderà di non farlo più da leader del centro-destra. […]