– Ma cosa pensa il Governo Berlusconi delle colture ogm? Rispondere a questa domanda è più complesso di quanto appaia, anche alla luce delle recenti posizioni adottate in materia dall’Italia in sede comunitaria.
Nelle scorse settimane a Bruxelles si sono tenute tre importanti votazioni, relative ad altrettante proposte della Commissione Europea di revoca di bandi nazionali alla coltivazione di particolari prodotti agricoli geneticamente modificati. La Commissione, in altre parole, chiedeva agli Stati membri di pronunciarsi, con il meccanismo della maggioranza qualificata, sulla liceità delle “clausole di salvaguardia” apposte da alcuni paesi per vietare certe coltivazioni transgeniche.
Senza addentrarci nei dettagli delle complesse procedure comunitarie (nella prima e nella terza votazione, il governo italiano era rappresentato dal Ministero dell’Ambiente, nella seconda dal ministero della Salute, perché diverso era l’organo chiamato a pronunciarsi sulla proposta della Commissione), possiamo dire che per due volte l’Italia si è astenuta, votando invece contro la revoca dei bandi nella terza – ma più importante – votazione.
L’astensione ha rappresentato in sé un evidente cambio di paradigma per il governo italiano, abituato solitamente ad esprimere una posizione di contrarietà pregiudiziale, o perché ideologicamente schierato sul fronte anti-ogm (i governi di centrosinistra) o perché restio ad adottare atteggiamenti “di rottura” (il governo Berlusconi 2001-2006). Tali astensioni hanno contribuito, nelle due votazioni in cui sono state espresse, ad un sostanziale “pareggio”: nessuna maggioranza qualificata ha approvato, ma neppure bocciato la proposta della Commissione, come spesso avveniva in passato. E il pareggio ha consentito alla Commissione di insistere nella sua offensiva contro queste vere e proprie barriere non tariffarie.
Insomma, se prima era un paese marcatamente anti-ogm, con le due astensioni l’Italia ha scelto una linea più morbida, attenta alle evidenze scientifiche e non pregiudizialmente appiattita sul conformismo dell’ogm-free. Non a caso, qualche mese prima, il governo Berlusconi aveva avviato con le regioni un percorso che dovrebbe permettere, in tempi ragionevoli, di sperimentare le coltivazioni ogm in campo aperto.
Ma c’è un “ma”, che pesa molto: la posizione della Lega Nord e, in particolare, del ministro dell’Agricoltura Luca Zaia. E’ probabile che sia stata la posizione della Lega ad indurre il Governo al dietrofront nella terza votazione, quella in cui l’Italia ha espresso il suo “consueto” voto contrario agli ogm (si trattava di revocare i bandi austriaco e ungherese alla coltivazione di una particolare tipologia di mais transgenico). Non sono mancate altre importanti pressioni, come quella di Sarkozy nei confronti di Berlusconi, né argomenti di “dialettica istituzionale” (il ministro Prestigiacomo ha affermato di aver votato non contro gli ogm, ma in favore delle prerogative dei singoli stati); è però evidente – stante le numerose dichiarazioni “bellicose” di Zaia – che nell’attuale maggioranza persiste sul tema un’ambiguità, che non serve gli interessi italiani, né sul fronte ambientale, né su quello economico.
Nel mondo, in Europa e in Italia, un’agricoltura ogm-free è un’astrazione inutile e dannosa. Colture convenzionali e biologiche possono convivere con colture ogm, senza riceverne danno. E prodotti ogm e ogm-free possono competere liberamente sullo stesso mercato, rispondendo alle diverse strategie commerciali dei produttori e alle diverse esigenze, di prezzo e di qualità, dei consumatori.