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Politiche pro-family e occupazione femminile

– Nel Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro del 2007, presentato lo scorso 15 luglio, è contenuta – tra le tante considerazioni e valutazioni interessanti – un’analisi sullo stato dell’occupazione femminile  (anzi, dell’occupabilità delle donne) che aiuta a capire perché l’Italia – nonostante i progressi realizzati negli ultimi anni – presenti uno dei peggiori andamenti non solo della Unione a 15, ma a 27 Stati. In sostanza, lo scorso anno, meno di una donna su due tra quelle in età di lavoro (il 46,7% con un leggero aumento rispetto all’anno precedente), risultava occupata, a fronte della quota del 58,3% dell’Europa a 27 Paesi. Se non interverranno svolte tanto radicali da apparire improbabili, l’Italia non sarà in grado di raggiungere, nel 2010, l’obiettivo di un tasso del 60% come indicato da Lisbona 2000. Pesano su questo ritardo due dati di carattere strutturale: a) il dualismo territoriale, in quanto nelle regioni meridionali il tasso di occupazione delle donne, nel 2007, era pari al 31,1%; b) la scarsa presenza al lavoro (23%) delle donne in età avanzata (55-64 anni) in conseguenza dei requisiti vigenti per il trattamento di vecchiaia (60 anni di età e almeno 20 anni di contribuzione). A quest’ultimo proposito va ricordato, tuttavia, che la componente femminile ha conosciuto, negli ultimi anni, un posticipo dell’età effettiva di quiescenza in proporzione maggiore di quella maschile. Ciò è comprensibile se si pensa che le persone che – nel settore privato – vanno in quiescenza di vecchiaia sono, in misura di 2 su 3,  lavoratrici dipendenti ed autonome (visto che, per la loro posizione nel mercato del lavoro, è più agevole per le donne raggiungere il requisito anagrafico dei 60 anni piuttosto che quello contributivo dei 35 anni di servizio, valevole per il trattamento di anzianità)  e che, dal 2000, tale requisito di vecchiaia è salito di cinque anni. Ma c’è un altro aspetto che il Rapporto coglie ed indica come motivo dell’inadeguata presenza di donne nel mercato del lavoro.  “Ad influire sulla minore partecipazione delle donne – è scritto – al mercato del lavoro e di conseguenza sulla loro minore occupazione, è una specificità di genere legata all’evento maternità e alle esigenze di cura e di assistenza” dei figli. Mentre nell’età compresa tra 25 e 29 anni (quando di norma vi è l’accesso al lavoro) il differenziale di genere – per quanto riguarda il livello dei tassi di occupazione – è abbastanza basso, nelle età successive (si ricordi che l’età media al parto è di 31,1 anni) lo scarto si allarga. Secondo un indagine Isfol Plus, nel 2006 ben una donna su nove ha lasciato il mondo del lavoro in seguito alla maternità: due su tre hanno spiegato tale scelta (volontaria o dettata da valutazioni economiche) con esigenze di cura e di assistenza dei figli. Nell’ambito della componente femminile, quelle  caratterizzate dai tassi di occupazione più elevati in ogni fascia d’età solo le c.d. persone isolate (single, divorziate senza figli, ecc.). Per la donna che vive in coppia si assiste ad un vero e proprio crollo del tasso di occupazione – in particolare tra i 25 e i 44 anni – quando si passa dall’essere senza figli all’avere dei figli. Nella prima condizione le donne in questa fascia d’età hanno mediamente tassi di occupazione elevati, pari al 75,5%; una volta che arrivano i figli il tasso scende al 54,5%. Tale fenomeno non si verifica per gli uomini che vivono in coppia, a prova del fatto che, nella divisione dei ruoli, è la donna a doversi occupare della cura dei figli. Va subito notato che si tratta di una tendenza specifica del nostro Paese, dove, paradossalmente, il tasso di fecondità, pur essendo in ripresa, è sui livelli minimi nei confronti internazionali. Nei  Paesi in cui l’occupazione femminile è elevata, invece, lo è anche la fecondità (il numero in media di figli per donna in età fertile). A spiegare tale fenomeno – spiega il Cnel – sono le politiche family friendly (tra cui misure di welfare a sostegno delle lavoratrici madri) che hanno ridotto le incompatibilità tra lavoro e cura dei figli. Il nodo da sciogliere, dunque, per sbloccare la disoccupazione femminile si chiama <concilazione>: è su questo aspetto che vanno concentrate le politiche di sostegno, secondo due grandi gruppi: a) quelle che intervengono sulla flessibilità del regime di organizzazione del lavoro, tra cui spicca una più ampia diffusione del part time (nella Ue l’occupazione femminile è più elevata laddove è più ampio il ricorso al tempo parziale); b) quelle che sono di ausilio alla famiglie con bambini piccoli, in particolare per quanto riguarda l’accesso ai servizi. Quanto più alti, infatti, sono i costi di child care tanto più elevato è il c.d. salario di riserva ovvero quella retribuzione al di sotto della quale la donna non ha convenienza a lavorare ma preferisce occuparsi direttamente dei figli. Rimane, poi, il problema di una politica fiscale più equa basata sul c.d. quoziente familiare. In base a tale metodo – contenuto nel programma elettorale del PdL – ogni contribuente è assoggettabile all’imposta sul reddito per l’insieme dei redditi e degli utili dei membri della famiglia (coniuge, figli minorenni, persone invalide conviventi). Ciò allo scopo di favorire i nuclei più numerosi, nel presupposto che l’unità impositiva più opportuna sia la famiglia e non l’individuo.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

One Response to “Politiche pro-family e occupazione femminile”

  1. A.Caforio ha detto:

    Questione molto seria. Il governo dovrebbe intervenire con decisione per il riordino del welfare. I soldi non sono pochi ma purtroppo spesso spesi male.

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