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Liberalismo e repubblicane- simo: libertà è (anche) partecipazione

– Nelle democrazie contemporanee, la politica deve farsi carico della soluzione di problemi complessi, che mettono ogni volta in discussione obiettivi che non sempre è possibile massimizzare allo stesso tempo e nello stesso modo (ad esempio ordine, sicurezza, libertà, eguaglianza delle opportunità o dei risultati). Un liberalismo che voglia essere pensiero e guida per l’azione senza tradire i principi che da sempre lo connotano, dunque,  deve essere in grado di affrontare sfide innumerevoli senza mai perdere di vista la libertà dell’individuo; al tempo stesso, però, esso – per non risultare inefficace – deve necessariamente misurarsi con il problema della Res Publica, ovvero della comunità politica e di ciò che la tiene insieme.

Le sfide del mondo contemporaneo rendono oggi ancora più saliente la necessità di pensare l’individuo nella sua duplice veste di soggetto che agisce liberamente nella dimensione privata e di membro di una comunità politica, del quale è partecipe innanzitutto perché, in virtù del suffragio universale, chiamato a legittimare chi la governa, ai diversi livelli. Se per Benjamin Constant la libertà dei moderni si differenzia da quella degli antichi perché consente “il godimento pacifico dell’indipendenza privata”, essa però non si esaurisce in tale godimento.  Essa si esercita anche con riferimento al governo della comunità. Nel concetto di libertà, Constant inserisce anche “il diritto, per ognuno, d’influire sull’amministrazione del governo, sia con la nomina dei funzionari, tutti o alcuni, sia a mezzo di rimostranze, petizioni, richieste, che l’autorità è più o meno obbligata a prendere in considerazione”. Non si tratta certo della partecipazione diretta degli antichi all’esercizio della sovranità, ma di una libertà politica che prende forma attraverso il governo rappresentativo. Una libertà politica che deve coniugarsi con i “i diritti e i godimenti individuali”, perché “il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico”, mettendo così a rischio le garanzie del nostro spazio privato. Anche Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America metteva in guardia da un simile pericolo: “Quando la massa dei cittadini non vuole occuparsi d’altro che d’affari privati, anche i più piccoli partiti non debbono disperare di poter diventare padroni degli affari pubblici”; in questo modo essi potranno agire “in mezzo all’immobilità universale, disponendo di ogni cosa, cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento i costumi”. Questa duplice dimensione della libertà “privata” e “pubblica”, dove l’esercizio della seconda è garanzia della prima, è presente anche nel pensiero di quegli autori “neo-repubblicani” , da Skinner a Habermas, che hanno cercato di conciliare gli ideali del repubblicanesimo con i principi liberali, rifuggendo dalle tentazioni comunitariste e interpretando la partecipazione civica come uno strumento al servizio della libertà e della sicurezza individuale, e che hanno posto al centro della loro riflessione il ruolo della discussione pubblica.

Perché affrontare da un punto di vista liberale il tema della partecipazione? Perché attraverso di esso si mette in evidenza uno dei punti deboli del liberalismo politico, emarginato in tutta Europa dall’avvento del suffragio universale a favore dei grandi partiti di massa, socialisti, comunisti e confessionali, capaci di mobilitare le masse attraverso messaggi ideologici, “caldi”.

Il messaggio liberale incorre spesso nel limite di essere un messaggio “freddo”, che poggia unicamente sull’argomentazione razionale e che rischia di apparire (e talvolta è) scarsamente attento alla concretezza delle relazioni e delle dinamiche sociali. Per la sua stessa natura esso non ha potuto in passato galvanizzare le masse attraverso promesse messianiche e organizzarle attraverso strutture tendenzialmente totalizzanti. Anche oggi esso tradirebbe tale natura se cedesse alla tentazione di attirare il consenso attraverso il richiamo a valori che gli sono estranei, dal nazionalismo all’appartenenza etnica o religiosa, al comunitarismo. Ciò detto, non crediamo che il liberalismo sia intrinsecamente votato ad una comunicazione tra pochi, esso nasce in contesti oligarchici ma non per questo non può divenire un pensiero politico rivolto a molti. Ed è questa la scommessa che un’azione politica liberale deve avere il coraggio di fare, a nostro avviso arricchendosi di quelle riflessioni (che le si voglia o meno definire “repubblicane”), che pongono l’accento sulla cittadinanza anche come partecipazione alla vita politica, non come valore in sé (per taluni individui può esserlo, ma questo attiene alla libertà di ognuno di ricercare la propria soddisfazione personale), ma come strumento di controllo sul potere e di difesa dei diritti individuali.

Fare politica da liberali in modo efficace significa, dunque, anche comunicare un senso di appartenenza non a una comunità identificata attraverso elementi ascrittivi, ma ad una comune civiltà, quella occidentale, che ha prodotto attraverso un lungo e tormentato processo di secoli quel sistema di principi e istituzioni che oggi rendono possibile il godimento dei diritti individuali e dei beni materiali che tutti conosciamo. E significa ricordare che quel sistema è fragile, non può essere dato per scontato e per sopravvivere necessita del sostegno di una opinione pubblica informata e di cittadini capaci, quando occorre, di mobilitarsi politicamente. Così, ad esempio,  il decentramento politico (e fiscale) non può essere promosso e difeso solo perché può consentire  una più efficiente distribuzione delle risorse, ma anche – e soprattutto – perché consente un più stretto controllo dei rappresentati sui rappresentanti e favorisce lo sviluppo di un maggiore senso civico evitando la degenerazione dell’individualismo in indifferenza; come scriveva Tocqueville, “I legislatori americani … hanno pensato che convenisse … dare una vita politica a ogni singola parte del territorio, in modo da moltiplicare all’infinito le occasioni dei cittadini di agire insieme, e da fare sentire costantemente la loro reciproca dipendenza”.  Tra non molto i cittadini italiani saranno chiamati a votare (o non votare) per un referendum elettorale che si pone come obiettivo una semplificazione del sistema politico, che a sua volta potrebbe rafforzare la responsabilità di chi governa di fronte a chi lo ha delegato con il proprio voto. Come già in passato, chi teme il responso popolare promuove l’astensione, la non partecipazione; anche in questo caso sarebbe fondamentale il richiamo alla necessità di essere partecipi di una decisione sulla “cosa pubblica”, perché le conseguenze di quella decisione ricadranno su tutti, anche sugli “indifferenti”, che in quanto tali avranno delegato ad altri una scelta fondamentale per il funzionamento del sistema politico dove anch’essi vivono. Anche un tema del quale oggi molto si discute ma che stenta a trovare concreta applicazione, quello della democrazia nei partiti, ci rimanda al problema della partecipazione. Oggi anche in Italia il sistema politico va strutturandosi attorno a pochi grandi partiti a vocazione maggioritaria e la preoccupazione liberale dovrebbe essere quella di favorire al loro interno lo sviluppo di regole democratiche e di un’ampia partecipazione, ancorché radicalmente diversa da quella tipica dei partiti di massa, che rafforzi ancor di più il legame di responsabilità tra leader, eletti e cittadini ed estendendo l’operatività del principio democratico faccia della competizione politica qualcosa di più di una mera competizione tra oligarchie.

Un messaggio liberale efficace, infine,  dovrebbe essere anche in grado, laddove evoca l’appartenenza ad una comune civiltà, quella occidentale, di ribadire la forza e l’attualità dei principi liberali che al suo interno hanno preso forma e l’irrinunciabilità di quelle acquisizioni che oggi ci rendono donne e uomini liberi, liberi di intraprendere, di scegliere la nostra professione, di scegliere con chi dividere la nostra vita, di muoverci, di esprimerci, di associarci, di abbracciare o no una qualsiasi fede. E’ solo con una tale attitudine che il pensiero liberale può competere con altre “visioni” per affrontare le sfide contemporanee come la globalizzazione, il fondamentalismo islamico, l’immigrazione e l’integrazione, lo sviluppo della scienza e della tecnica.  Perché è solo con tale attitudine che il pensiero liberale può rivendicare il richiamo ad una “identità” che non teme le differenze ma che ha contorni chiaramente definiti e al tempo stesso può pretendere di sollecitare una consapevolezza civica e una partecipazione più ampie. Oggi nel nostro paese vi è chi liquida il liberalismo come un pensiero “debole” e per affrontare le nuove sfide ritiene necessario restringere gli spazi di libertà e affidarsi al pensiero forte di un’ autorità esterna, all’unica Verità di quella autorità, la Chiesa cattolica. Una politica liberale consapevole non può che respingere una tale opzione liberticida se vuole, anche nel cambiamento, preservare il nostro patrimonio di diritti e liberà; essa deve, in altre parole, preferire alla scorciatoia dell’unica Verità di Ratzinger, la più complicata ma liberale e democratica strada indicata da Tocqueville.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

3 Responses to “Liberalismo e repubblicane- simo: libertà è (anche) partecipazione”

  1. Franco Sensi ha detto:

    La democrazia è il terreno nel quale meglio crescono le piante della libertà, ed il terreno della democrazia necessita del fertilizzante della partecipazione dei cittadini. “Democrazia” è dunque partecipazione, ma “libertà” credo sia soprattutto “diritto a non partecipare”
    Franco

  2. Biagio Muscatello ha detto:

    Cara Sofia,
    ti ho conosciuta su fb e mi complimento con te.
    Condivido tutto quello che hai scritto nella nota, anche la chiusura, purché la laicità che la ispira non sia utilizzata (da altri, certo) come argomento anti-…
    Studio Hayek, ne condivido la laicità; ma, come lui, ritengo che la cultura cattolica sia parte integrante del nostro patrimonio culturale – a partire dall’affermazione del principio della proprietà privata.
    Un caro saluto
    Biagio

  3. silvana ha detto:

    Ciao Sofia.
    Bell’articolo…che condivido!
    Silvana

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