di Marco Faraci –

Sul recente caso di Eluana Englaro abbiamo assistito nei giorni scorsi ad una escalation del

confronto politico nazionale che ha raggiunto livelli di tensione con pochi precedenti.

Tra sostenitori dell'”indisponibilità della vita” ed i sostenitori del “diritto alla scelta” si è combattuta una battaglia senza esclusione di colpi che ha lasciato una profonda spaccatura nel paese.

I liberali hanno sostenuto in larga maggioranza la posizione pro-choice ma si sono scontrati con la difficoltà di operare in un contesto politico così esacerbato e così fertile all’affermazione di posizioni preconcette.

La scelta della contrapposizione frontale allo “statalismo etico” rischia peraltro di rivelarsi perdente per i sostenitori del diritto alla scelta, perché gli equilibri della grande politica sono loro largamente sfavorevoli, né si intravedono fattori che possano modificare nel medio periodo gli attuali rapporti di forza.

Al tempo stesso, però, resta la necessità di dare rappresentanza ad una società civile che sui temi eticamente sensibili ha posizioni molto più variegate (e tendenzialmente meno confessionali) di quelle espresse dal mondo politico – con uno iato significativo soprattutto tra l’elettorato di centro-destra ed il mondo politico di centro-destra.

Occorre probabilmente trovare una chiave innovativa per affrontare problemi così delicati che punti a superare l’attuale impasse ed a favorire lo sviluppo di canali alternativi di dialettica tra le differenti posizioni.

I liberali potrebbero farsi promotori di una proposta che si concentri, più ancora che sul merito della decisione politica, sull’estensione geografica di tale decisione.

Si tratterebbe di devolvere le competenze sui temi eticamente sensibili verso le Regioni, sottraendole alla giurisdizione esclusiva dello Stato centrale.

Sarebbe a quel punto il dibattito politico a livello regionale ad elaborare risposte a questioni quali il testamento biologico, la fecondazione eterologa o le unioni civili.

Questa proposta “biofederalista” potrebbe essere portata avanti con qualche probabilità in più di successo, perché stavolta non si parlerebbe di decidere, ma semplicemente di decidere chi deve decidere.

Nella pratica si avrebbe modo di fuoriuscire dalla logica dello scontro di civiltà tra guelfi e ghibellini e di ricondurre le questioni ad un ambito in cui l’ affermazione dell’una o dell’altra parte non avrebbe un carattere di imposizione generale né comporterebbe l’annullamento culturale e morale di sensibilità comunque presenti nel paese.

Un evidente beneficio della devoluzione biopolitica sarebbe quello di disaccoppiare argomenti così delicati dalle contrapposizioni canoniche della politica nazionale che invariabilmente sovrariscaldano gli animi degli italiani al punto che qualsiasi tema – persino quelli che si presterebbero a riflessioni ben più complesse – viene implicitamente a trasformarsi in un plebiscito pro o contro Berlusconi, innescando conseguentemente quelle dinamiche di chiamata alle armi che sul caso Englaro hanno impedito nel centro-destra l’avvio di un dibattito sereno ed articolato.

Il passaggio di competenze dallo Stato centrale alle Regioni sarebbe peraltro in linea con il processo di evoluzione in senso federale che il nostro paese ha intrapreso da alcuni anni e che nell’intenzione dell’attuale maggioranza dovrebbe proseguire in questa legislatura. Devolvere la materia biopolitica sarebbe, da questo punto di vista, un elemento importante di valorizzazione della dimensione regionale.

Senza dubbio uno dei modelli a cui guardare sarebbe quello degli Stati Uniti d’America, nel quale sussiste un equilibrio esemplare tra prerogative del governo federale e diritti dei singoli Stati. Questi ultimi sono largamente responsabili sui temi eticamente sensibili e questo conduce ad una pluralità di scelte su tematiche quali l’aborto, l’eutanasia, i matrimoni e le adozioni per gli omosessuali o la pena di morte.

Non si può negare, del resto, come le scelte di etica e di biopolitica siano in larga misura scelte culturali e quindi ha senso che siano determinate ad un livello più basso possibile, in modo da risultare effettivamente espressione delle sensibilità prevalenti in una certa comunità.

Il PDL dovrebbe seriamente valutare l’ipotesi biofederalista perché essa appare oggi come l’unica strada praticabile per fuoriuscire tanto dalla logica dello scontro frontale tra laici e cattolici, quanto da quella di fragili compromessi che finiscono nella pratica per scontentare tutti.

A nessuno dei contendenti infatti sarebbe richiesto di fare “un passo indietro”. Si chiederebbe loro esclusivamente di cambiare il tavolo al quale giocare la partita.

In linea teorica non ci si dovrebbe attendere opposizione dalla Lega Nord, la quale tutto sommato avrebbe difficoltà a spiegare come mai, dopo avere a lungo rivendicato per le singole regioni il diritto ad accedere ad una piena sovranità ed indipendenza, oggi si trovasse a negare loro persino competenze detenute negli USA dalle singole entità federate.

Inevitabilmente, in uno scenario di devolution bioetica, il prezzo da pagare per assistere all’affermazione di soluzioni più liberali in alcune parti d’Italia sarebbe il sicuro prevalere di opzioni di segno opposto in altre parti dello stivale.

Ma per chi sostiene la libertà individuale il gioco vale la candela.

Innanzitutto perché le politiche stataliste – in economia quanto sui temi etici – sono realmente “efficaci” solo se si ha la possibilità di imporle su un vasto territorio. Diventano invece meno condizionanti quanto più è realistica la possibilità per i cittadini di sottrarsi alla loro giurisdizione.

Ma soprattutto perché da sempre il miglior modo affinché le soluzioni liberali prevalgano è che esse siano messe in concorrenza.

Raramente, infatti, gli spazi di libertà per gli individui si ampliano perché ad un tratto i liberali conquistano una maggioranza politica generale. Tali spazi tendono più di frequente ad accrescersi in virtù di meccanismi di concorrenza tra modelli diversi, grazie ai quali il fallimento di determinate scelte può concretamente misurarsi sul successo relativo di altre.

In definitiva parole come federalismo e devolution, così abusate nel dibattito politico ed al tempo stesso così poco esplorate nelle loro implicazioni e nelle loro effettive potenzialità, potrebbero offrire il paradigma di un rinnovato approccio antistatalista, decentrato e competitivo alle questioni fondamentali della morale, della vita e della morte.