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“The reader” di Stephen Daldry: quando al racconto manca un tassello

Di Gianfranco Cercone

Può capitare, vedendo un film, di pensare che lo spunto di partenza non sia stato sviluppato in pieno; che ne siano stati forse sacrificati i risvolti più interessanti. E allora la nostra immaginazione si mette al lavoro per perfezionarlo.

Per quanto mi riguarda è stato il caso di “The reader”: film professionalmente impeccabile; per il quale l’attrice Kate Winslet ha vinto recentemente un Oscar meritato; ma alla lunga, un po’ fiacco e sdilinquito.

Negli anni Cinquanta, a Berlino, uno studente quindicenne ha una relazione con una donna di quarant’anni. La donna, ora dolce ora ruvida, è attraversata da improvvise e feroci crisi di rabbia, senza apparenti spiegazioni. Cos’è che la turba? Non ce lo spiega. Avara di parole, non trova forse in un amante imberbe la persona giusta con cui confidarsi. Il suo pudore un po’ selvatico è poi rafforzato da una segreta vergogna: non sa né leggere né scrivere.

Questa storia d’amore è il capitolo più riuscito del film. Gli iniziali scoramenti del ragazzo, del tutto inesperto, alle prese con una donna così difficile; la crescita timorosa della confidenza con lei; l’ingenua fiducia in se stesso, quando l’amore sembra ormai solido; lo sbigottimento e il dolore di essere improvvisamente e definitivamente abbandonato: tutto ciò è reso talvolta con pochi cenni, ma sempre con mano ferma e delicata.

Passano alcuni anni. Il giovane liceale è ora uno studente di legge; e assistendo per ragioni didattiche a un processo, scopre che la donna che aveva tanto amato, prima ancora, a vent’anni, si era arruolata nelle SS, e lavorando nei lager, aveva commesso crimini orribili.

Nello studente, la pietà è sovrastata da una rabbia vendicativa, nella quale, alle ragioni private, si aggiungono le ragioni politiche. E quando avrebbe occasione di scagionare la donna, secondo verità e secondo giustizia, di una parte di quei crimini, pur soffrendo, se ne astiene.

Ora, non è singolare, e un po’ incongruo, il salto da una vicenda tutta privata (che occupa la prima metà del film) a una vicenda soprattutto storica e politica (che occupa tutta la seconda)?

Il punto di sutura, a ben vedere, poteva esserci; ma è stato curiosamente omesso dal racconto.

Avrebbe potuto essere il seguente: lo studente quindicenne aveva intuito qualcosa del passato criminale della donna; ma poi, per superficialità, per non fare domande sgradite, per non rischiare di troncare quell’amore, travolto dai sensi, aveva preferito far finta di niente.

Si spiegherebbe meglio così, lo stato d’animo tormentoso e contraddittorio con cui segue il processo: come se lui stesso si sentisse in parte imputato. Si spiegherebbe meglio il suo desiderio di ottenere una condanna esemplare della donna, anche omettendo la propria testimonianza: per liberarsi del contagio della sua colpa.

E la sua vicenda individuale sarebbe diventata emblematica di un paese, la Germania, che dopo una crisi di cecità, si è messa, nella propria coscienza, sulla sbarra degli imputati.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

2 Responses to ““The reader” di Stephen Daldry: quando al racconto manca un tassello”

  1. Francesco scrive:

    Una recensione assolutamente fuori di senno. Perché proporre qualcosa che il recensore ha in testa, anziché pensare che il regista abbia voluto porre un altro problema, quello del passaggio generazionale tedesco, della colpa che continua a gravare sulle nuove generazioni, sebbene esse non abbiano fatto nulla?

  2. Gianfranco scrive:

    Grazie del commento, che però non mi sembra più assennato della mia recensione.
    Dove viene fuori nel film la colpa del nazismo che grava sulle nuove generazioni?
    Un po’ nella seconda parte del film; anche se, almeno nel personaggio del protagonista, mi sembra sopravanzata dall’orrore per la donna amata, e dal desiderio di vendetta, allo stesso tempo privata e politica. Nell’epilogo poi il senso di colpa mi sembra soprattutto quello per la propria omessa testimonianza a discapito della donna.
    Ma quello che soprattutto lamentavo nella mia recensione, è la mancanza, o la debolezza di legami, fra la prima parte del film e la seconda.

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