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Caro Panebianco, l’ “altrove” non è possibile

di Benedetto Della Vedova, da Il Riformista del 26 febbraio 2009

Come dimostra la mia modesta storia politica, non sono mai stato né guelfo né ghibellino, non avendo mai fatto né dell’anticlericalismo né del clericalismo militante la “cifra” del mio impegno pubblico. Per ironia della sorte, mi sono quasi sempre trovato, su questo, in minoranza.
Per queste ragioni, come Angelo Panebianco, vorrei poter dire di non partecipare allo scontro in atto sul fine vita perché “sto da tutt’altra parte” . Vorrei, ma non posso. Non posso perché questo “altrove” proprio dei liberali, che pensano che lo Stato e le sue leggi non debbano e non possano occupare lo spazio privato delle decisioni degli uomini liberi, è diventato da tempo terra di conquista. E a muovere l’offensiva, almeno in Italia, non sono certo stati i ghibellini. Dunque, oggi, non partecipare allo scontro significa una cosa sola: consentire l’occupazione manu militari di questo “altrove liberale” e soggiacere ad un’offensiva che non rivendica la dimensione pubblica della fede, ma la legittimità di una legislazione etica, imposta in nome del diritto naturale.
Questa offensiva usa le armi della propaganda e della demagogia, parlando di “cibo ed acqua”, di “morire di fame e di sete” o di “omicidio”, per sottrarre la discussione sul testamento biologico dall’ambito che le è proprio – quella della libertà di cura e del suo esercizio regolato e prudente, “ora per allora” –  per spostarla su di un piano puramente ideologico. Altro che empirismo: il principio assoluto della vita “indisponibile” (dove l’indisponibilità vale per ciascuno di noi non rispetto alla vita altrui, ma alla nostra) ci costringe ad una discussione astratta, che prescinde dalle situazioni concrete.
Sarebbe preferibile, certo, che queste questioni potessero essere regolate in una “zona grigia” ma non eslege, protetta dagli sguardi e dai clamori della piazza, e insieme capace di proteggere i malati dagli abusi di medici troppo “pietosi” e dagli arbitrii di parenti troppo interessati. Però, come ha dimostrato la veemente reazione alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro, l’obiettivo è oggi esattamente quello di cancellare ogni possibile “zona grigia” lasciata alla discrezionalità individuale e al rapporto tra pazienti, familiari e medici. Si poteva evitare di lottare, sul piano della legge, come avrei auspicato e come Panebianco si ostina a chiedere, se ai principi giuridici e deontologici che regolano da tempo le relazioni terapeutiche fosse unanimemente riconosciuta una legittimità civile e “operativa” che invece, da ben prima del caso Englaro, una parte consistente della società civile e politica (e non di parte ghibellina) ha scelto di mettere pesantemente in discussione.
Panebianco ritiene che il solo stabilire il principio della libertà di cura suoni come offesa e affronto a quanti la ritengono una vana pretesa o un terribile peccato. Ma senza questo principio, senza questo confine giuridico lo “spazio privato” di fatto non esiste o, per meglio dire, è destinato ad essere invaso da chi, di volta in volta, conquista il potere nello spazio pubblico e nelle istituzioni politiche. Del resto, se il principio di non offendere la sensibilità di alcuni fosse prevalso, avremmo ancora l’indissolubilità del vincolo matrimoniale imposto a tutti dalla legge.
Oggi, lo scontro è tra chi ritiene che questa materia sensibile debba essere disciplinata avendo cura di imporre i dettami di una “verità naturale” e quanti invece pensano che debba essere affidata alla libertà personale. Purtroppo, quello del confronto legislativo è un terreno in cui è costretto doverosamente a muoversi anche chi vorrebbe stare “altrove”.

Benedetto Della Vedova
Presidente dei Riformatori Liberali e deputato del Pdl


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