“Il curioso caso di Benjamin Button” di David Fincher

Di Gianfranco Cercone

Un uomo nasce vecchio e muore bambino

Poteva essere questa soltanto una “trovata”: un’invenzione ingegnosa, come se ne trovano tante nei film, che stupisce e magari diverte, ma non esprime alcunché.

E invece, nell’ultimo film di Fincher, si rivela un’idea poetica (poteva metterci sull’avviso che fosse stata tratta da un breve racconto di Fitzgerald).

Dunque: un neonato, artritico e tutto raggrinzito, si sviluppa via via nel corpo di un vecchio; il quale, dato importante, NON SA che ringiovanirà. Cresciuto come un trovatello da un’infermiera in una casa di riposo, passa la sua infanzia vecchio tra i vecchi; assuefatto, si direbbe, alla prospettiva di una morte precoce (quella morte che aleggia costantemente nella casa).

Quando il suo corpo invece si rinvigorisce, e gli mette le ali ai piedi, tanto da indurlo a imbarcarsi come marinaio per scoprire il mondo, egli non sembra stupirsene (è il suo destino biologico!); ma certo, la vita che gli si apre davanti, con tutte le sue possibilità e le sue avventure, è per lui un regalo insperato; che accetta di buon grado, ma già sapendolo tanto prezioso quanto provvisorio.

Si racconta che Buddha suggerisse ai suoi discepoli alla ricerca dell’illuminazione, di visitare costantemente e a lungo il luogo dove venivano bruciati i cadaveri, fino a che non penetrasse intimamente in loro la certezza della morte.

Ecco: la vera particolarità psicologica del protagonista del film di Fincher, è che questa intima certezza gli è “regalata” fin dall’infanzia; tanto che egli attraverserà il mondo e la propria vita, con la sensazione costante di esserne soltanto un visitatore a tempo determinato.

Le vicende che gli capitano sono svariate. Tra quelle secondarie, una delle più suggestive è un amore adulterino in un vecchio albergo di Mosca, che si svolge perlopiù tra i saloni e i corridoi deserti nel cuore della notte.

Ma l’episodio più importante, che forma la vera spina dorsale del film, è l’amore, che si trascina per tanti anni, con una donna che, come capita spesso, ha il destino di nascere bambina e di morire vecchia.

Se si innamorano lui vecchio e lei bambina, vivranno a pieno la loro passione soltanto quando le loro età cominceranno ad avvicinarsi. Ma questi due personaggi, trafitti da due frecce del tempo che vanno in direzioni opposte; il cui percorso di vita coinciderà soltanto per qualche anno, e che poi saranno strappati l’uno all’altra, non formano una bella immagine della provvisorietà di ogni incontro e di ogni amore? E di quella solitudine che, ci piaccia o no, è l’essenza ineluttabile del nostro destino?

Certo, a tradurlo in concetti, il film di Fincher può non dirci niente di nuovo. Ma un film non è un saggio filosofico; e la sua morale ha un valore quando, come in questo caso, compenetra profondamente il racconto; diventa atmosfera; lo avvolge in un pathos tutto particolare, allo stesso tempo commosso e sereno.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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