Ordine da Milano: eliminate il Duce

Da Corriere.it del 9 febbraio 2009

«Dopo poche parole scambiate al telefono, Valerio diventò molto eccitato e, senza cerimonie, ordinò che ognuno partisse. Il repentino cambio di atteggiamento di Valerio potrebbe deporre nel senso che la telefonata da Milano aveva alterato la sua originaria missione. È solo una ipotesi ma è molto probabile che Valerio avesse ricevuto, poi, l’ordine di uccidere Mussolini e un certo numero di gerarchi fascisti catturati a Dongo. D’altro canto è difficile spiegare la sua precedente acquiescenza ai piani del Comitato di Como di condurre vivo Mussolini a Milano».

Siamo nel cuore di un racconto sulla fine di Benito Mussolini e della Repubblica sociale italiana sinora sostanzialmente inedito, a parte qualche sporadica citazione. Autore di questa inchiesta lunga cinquecento pagine, scritta quasi in presa diretta per conto dei servizi segreti statunitensi (Oss, Office of Strategic Services, antesignano della Cia) è il colonnello Lada Mocarski, vice presidente della G. Henry Shroder Banking Corporation a New York, che a partire dal 1941 fu inviato come agente segreto in Italia, Medio Oriente e Francia. Al momento della cattura di Mussolini Mocarski si trovava in Svizzera.

Nel giorno di piazzale Loreto (29 aprile 1945) si trasferì nel Nord Italia, dove cominciò un lavoro di investigazione durato sei mesi: intervistò l’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, che aveva promosso l’incontro del 25 aprile tra Mussolini e i rappresentanti della Resistenza, il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà, l’azionista Leo Valiani, il partigiano “Pedro”, a capo del gruppo che fermò la colonna in cui si nascondeva Mussolini travestito da tedesco, il prefetto di Como e tanti altri testimoni. Gli unici che Mocarski non riuscì a intervistare furono i quattro direttamente coinvolti nell’esecuzione il pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra: Giuseppe Frangi, detto “Lino”, coinvolto pochi giorni dopo in un fatale «accidente»; Luigi Canali, detto “Neri”, scomparso misteriosamente; gli altri due, Walter Audisio (“Valerio”) e Aldo Lampredi (“Guido”) si rifiutarono di collaborare. Qualcuno potrebbe obiettare che ci troviamo di fronte all’ennesima versione sulla morte del Duce (se ne contano sinora almeno 22), invece non è così. Quel documento è interessante perché non indulge sugli ultimi istanti della vita di Mussolini e di Claretta Petacci, ma ricostruisce i movimenti del Duce, un uomo che aveva perso la bussola, incapace di giudicare con lucidità i consigli che gli venivano dati, e cerca di capire come si giunse alla decisione dell’esecuzione. Il rapporto di Mocarski è tanto più interessante perché è stato ritrovato nel fondo Renzo De Felice dell’Archivio di Stato. Quelle cinquecento pagine sarebbero servite al maggiore studioso del fascismo come una delle fonti per il volume conclusivo della biografia mussoliniana, che purtroppo uscì incompiuto a causa della prematura scomparsa dello storico, il 25 maggio 1996.

Al testo di Mocarski, recuperato dagli archivi della Yale University, De Felice fece riferimento nel 1995 in un passaggio del libro-intervista con Pasquale Chessa, Rosso e Nero (Baldini&Castoldi): «La vera storia della Repubblica di Salò è, in gran parte, ancora ignota — sostenne De Felice —, perché è anche la storia dei servizi segreti che operarono in Italia durante la guerra… C’erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani… Questi ultimi un po’ più pasticcioni degli altri, di gruppi di agenti segreti, intorno a Mussolini, ne avevano due. Dopo la guerra fu stilata, da uno dei due, una relazione segreta di 500 pagine, che contiene molte nuove verità». «Verità» di cui è possibile avere un assaggio nel prossimo numero di Nuova Storia Contemporanea: la rivista diretta da Francesco Perfetti, in uscita il 20 febbraio, pubblica ampi estratti del documento con l’introduzione di Michaela Sapio, ricercatrice dell’università del Molise che ha individuato e studiato le carte Mocarski. È lo stesso agente segreto a indicare «due importanti aspetti» della sua lunga inchiesta: «Quali fossero i piani di Mussolini nel suo viaggio verso Como e Menaggio nonché nel suo successivo tentativo di raggiungere la sponda orientale del lago di Como»; la «legittimità dell’ordine su cui fu fondata la decisa azione del Colonnello Valerio culminata con l’esecuzione di Mussolini e dei suoi ministri ».

Quanto al primo, continua Mocarski, «nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l’indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano». Sulla «legittimità dell’ordine di esecuzione » l’agente americano scrive: «Il Clnai decise che Mussolini, se catturato, avrebbe dovuto essere immediatamente ucciso. Questa decisione era in qualche modo informale e la stessa seduta in cui fu deliberata non fu rivestita di alcuna formalità, forse perché l’eventualità del suo arresto sembrava remota… A giudicare dal comportamento di Valerio, non appena costui venne a Como sulla strada per Dongo, sembrerebbe certo che i suoi originari ordini non includevano… di procedere a una immediata esecuzione. Fu solo dopo aver ricevuto una telefonata da Milano… che la sua missione si tramutò in un’esecuzione di morte. La questione ruota intorno a chi fosse dietro al nuovo ordine di Valerio. È ragionevole ipotizzare che il generale Cadorna fosse almeno una delle persone coinvolte». Una ricostruzione che contraddice la versione ufficiale del generale Cadorna, secondo il quale “Valerio” era partito con ordini precisi. Per capire l’importanza del rapporto Mocarski bisogna considerare le divisioni degli Alleati sulla sorte del Duce: il presidente Franklin D. Roosevelt era per un processo pubblico, mentre il britannico Winston Churchill era più favorevole all’eliminazione immediata, imbarazzato probabilmente dai suoi passati rapporti con il dittatore

Dino Messina


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