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Rispettiamo la dolorosa scelta dei genitori

di Benedetto Della Vedova, da il Tempo del 4 febbraio 2009

Eluana si è incamminata per il suo ultimo viaggio, da cui spero nessuno la voglia né possa ulteriormente trattenere. La sua vicenda e il suo stesso corpo sono divenute un campo di battaglia tra contrapposte impostazioni “biopolitiche” che, proprio sui temi delle direttive di fine vita, avranno modo di confrontarsi in un dibattito parlamentare che si annuncia lungo e difficile. Eluana ha vissuto, fino in fondo, pubblicamente, il suo lungo calvario clinico e giudiziario: ora lasciamola andare.
Perché possa “tornare alla casa del Padre”, come chiese Giovanni Paolo II, imponendo che gli fossero risparmiate cure che sarebbero servite solo a prolungarne l’agonia. O perché, almeno, possa chiudere degnamente una vita vissuta troppo a lungo nell’oblio e nel dolore di quanti, amandola, l’hanno vista per 17 anni imprigionata in una condizione che sapevano lei avrebbe per sè, fin dal primo istante, rifiutato.
La famiglia Englaro, che oggi alcuni sottopongono ad un linciaggio morale inaccettabile, va rispettata per come ha scelto di vivere e di accompagnare il calvario della figlia e di difenderne la volontà. Anche per questo bisogna risparmiare l’oltraggio e bandire dal vocabolario della polemica le parole “omicidio”, “esecuzione”, “boia”…: termini che dovrebbero ripugnare a chi abbia seguito con una qualche attenzione non solo la controversa vicenda giudiziaria, ma soprattutto la disperante vicenda umana di Eluana. Bene ha fatto ieri il Presidente Fini a ricordare a quanti, ostentando certezze, rivendicano una surrettizia “potestà” sulla sorte di Eluana, che lei ha ancora un padre e una madre e che a loro – e solo a loro – spetta il compito di rispondere agli interrogativi tragici di cui è intessuta l’intera vicenda.
Auspico che il Parlamento non usi questo pretesto per consumare, sul piano politico-legislativo, una rivincita contro sentenze giudicate “sfavorevoli”.
Spero al contrario che gli interrogativi che il caso ha suscitato possano trovare risposta in una normativa che dia coerente attuazione alle disposizioni costituzionali e alle norme dell’ordinamento giuridico sulla libertà di cura. La proposta che il Pdl ha presentato al Senato sembra purtroppo muoversi nella direzione opposta: istituisce le direttive anticipate di trattamento, ma ne vanifica l’efficacia, escludendone la natura vincolante; riconosce il principio del “consenso informato”, ma ne circoscrive la portata, facendo esplicito divieto di adempiere alla volontà del paziente (anche pienamente consapevole), qualora il rifiuto di un trattamento possa cagionarne la morte. Esclude tassativamente dal novero delle terapie cui prestare o rifutare il consenso, l’idratazione e l’alimentazione artificiale.
Solo nel 2005 un’ampia maggioranza aveva approvato nella Commissione Sanità del Senato, con il parere favorevole del Governo del centrodestra un testo prudente ma equilibrato sul testamento biologico, che ne riconosceva con realismo possibilità e limiti. Perché, oggi, questo salto all’indietro?


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