“Milk” di Gus Van Sant: ritratto di un leader radicale

Di Gianfranco Cercone

Come si diventa un leader?

L’ultimo film di Gus Van Sant (candidato a otto premi Oscar, tra cui quello per il miglior film) racconta la biografia di Harvey Milk, un leader del movimento per i diritti degli omosessuali, nell’America degli anni Settanta.

Milk determinò, apprendiamo, la nascita e lo sviluppo di Castro, il quartiere gay di San Francisco. Guidò una lotta, alla lunga vittoriosa, contro leggi sul lavoro discriminatorie per i gay. Eletto al consiglio comunale di San Francisco, fu il primo omosessuale dichiarato a ottenere una carica pubblica (ma la sua carriera fu stroncata, sanguinosamente, da un rivale politico).

L’ambito delle sue lotte potrà apparire limitato al lettore radicale, che appartiene a una storia politica più ampia e variegata (ma, nel film, l’appello finale di Milk a “venir fuori” si rivolge anche ai neri, agli anziani, ai disabili e a tutti gli emarginati d’America). Certi suoi metodi potranno apparire discutibili.

Eppure le somiglianze tra le due storie politiche sono a tratti impressionanti, e possono suscitare la sensazione di riconoscere un fratello cresciuto in un altro continente.

Non sono forse radicali i continui tavoli e volantinaggi per strada; il dialogo costante con la gente; le fiaccolate e i cortei convocati lì per lì, senza l’appoggio di nessuno dei ricchi o dei potenti di turno; la ricerca di invenzioni con cui “sbucare” in televisione e allargare la cerchia del consenso? Ma è ancor più radicale, forse, quella specie di trasformazione alchimistica per la quale storie private, trascinate nel disordine e nel dolore dell’emarginazione, una volta investite in una missione politica, sono rinvigorite da una nuova moralità.

Da questa materia, Gus Van Sant ha tratto tutto quello che poteva trarre un buon film americano; e anche qualcosa di più.

La ricostruzione degli ambienti, dei costumi, del clima dell’epoca si indovina attentissima; e si accompagna alla citazione dei modi, e dei vezzi, con cui certo cinema indipendente americano di quegli anni raccontava le storie di emarginati e ribelli.

Ma questa ricerca “filologica” non toglie nulla all’impatto emotivo del racconto, che alterna felicità e dolore, esaltazioni e profondi scoramenti: tappe canoniche di quell’avventura senza garanzie che è la libera ricerca della propria felicità (unita, qui, alla rivendicazione di quella libertà).

Dove forse più si riconosce la sottigliezza di quel regista d’eccellenza che è Gus Van Sant è proprio nel ritratto di Milk, interpretato da Sean Penn.

Tornando alla domanda iniziale: come diventa un leader?

Lungi dal proporselo a priori, egli, in un primo tempo, sembra soltanto aspirare ad aprire un negozio a San Francisco insieme al suo amante. Poi, ostacolato dalla bigotteria di alcuni concittadini e dalla repressione della polizia, dovrà lottare per il semplice diritto ad esistere senza camuffarsi.

Pur recando nella fisionomia e nel modo di gestire i segni di un’esistenza repressa e calpestata, se scopre in sé un carisma, la capacità di trascinare altri con lui, è perché le circostanze della sua vita gli rendono quella lotta necessaria come il respiro; tale da richiedere un totale e intimo investimento di se stesso.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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