Il dovere della chiarezza

http://media.panorama.it/media/foto/2008/07/11/48772df6703ce_zoom.jpgDi Luigi Pavone

Dal suo giornale (19 gennaio) Giuliano Ferrara riconosce esplicitamente che l’atto direttivo di Sacconi e la sentenza della Corte civile di Milano a proposito del caso di Eluana Englaro non sono vicende parallele. Al contrario, entrano in conflitto, sono in contraddizione e per di più volutamente: «il circuito della legalità è chiuso, interrotto da una sentenza civile?». Forse no, a patto che ci si intenda su questa espressione e sulle modalità di intervento. Questo è il binario seguito da Marco Pannella e dai magistrati della Procura di Roma e vedremo dove porta. Ma dal momento che il conflitto c’è ed è voluto, quali ne sono i termini? Su questo punto la faccenda è poco chiara. Ferrara dice che il ministro Sacconi agisce sulla base del diritto a non essere affamati e assetati. Sacrosanto diritto, direi. Ma, ripetiamolo, c’è o no un conflitto con la sentenza della Corte d’appello di Milano? Se c’è, allora vogliamo sapere – da Sacconi e da Ferrara, che ne prende le parti – in che cosa consista esattamente. C’è su questo punto una fastidiosa mancanza di onestà intellettuale, tanto più fastidiosa quanto più riguarda problemi concernenti la vita, la morte e la… libertà. Ma è importantissimo invece: che cosa c’è di sbagliato nella sentenza in questione? L’attribuzione ad Eluana della volontà di sospendere quelle terapie che la mantengono artificialmente in vita? O invece si vuole contestare il diritto di ciascun individuo di rifiutare o sospendere terapie anche quando questo rifiuto o questa sospensione comportano la propria morte? Nell’uno, come nell’altro caso, l’iniziativa di Sacconi appare o inadeguata o preoccupante sotto il profilo costituzionale e delle fondamentali libertà individuali. In conclusione, vorrei dire qualcosa sul modo in cui talvolta si difendono il diritto di Eluana. A volte, come sottolinea Ferrara nello stesso articolo, se ne parla in termini di diritto di morire con dignità. Non mi pare che la questione possa venir posta in quei termini, anche quando, aggiustando il tiro, si venga ad aggiungere che il concetto di dignità è soggettivo: perché impantanarci col concetto di dignità (e i giudizi sulle vite che sono o non sono degne di essere vissute), se disponiamo già di quello di autodeterminazione?


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