Cocaina: un ettaro rende 15 volte più del caffé

http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/coca/coca.jpgDa Corriere.it del 20 gennaio 2009

Immaginiamo una campagna di guerra, che costa tempo, denaro e vite umane. Che dopo dieci anni lascia il nemico forte quanto prima. E provoca danni collaterali difficili da calcolare, in economia, in politica, nell’opinione pubblica. Insomma un fallimento, che invita al ritiro unilaterale. Come se non avesse già abbastanza problemi e fronti aperti, Barack Obama si troverà nei prossimi mesi davanti al dilemma coca.

Che senso ha per Washington continuare a spendere miliardi di dollari per distruggere le piantagioni in Sudamerica, quando negli Stati Uniti, ma anche in Europa, è ormai evidente che la politica non funziona? Che mentre gli aerei sorvolano le Ande spargendo veleni sui campi e i soldati scendono dagli elicotteri con i machete, il mondo non ha mai avuto a disposizione tanta cocaina e a prezzi sempre più accessibili? E intanto l’industria del narcotraffico se la passa piuttosto bene, tiene sotto scacco intere popolazioni e qualche governo, uccide e sequestra, sfugge alle polizie e si rigenera con grande creatività. Nel 1999 fu l’amministrazione Clinton a lanciare il cosiddetto Plan Colombia, un pacchetto di aiuti economici e militari per distruggere la piantagioni di foglie di coca e intanto combattere la guerriglia marxista. Il paradigma arrivava dagli anni Ottanta, con la stretta dell’era Reagan sulla droga: linea dura sui consumatori e riduzione dell’offerta come soluzione.

Siccome la piantina della coca cresce solo in tre Paesi al mondo (Perù, Bolivia e Colombia) e i governanti locali erano ben disposti a collaborare in cambio di dollari, si immaginava che una guerra chimica di qualche anno, più una serie di incentivi ai campesinos per produrre qualcos’altro, avrebbe risolto, o almeno ridotto, il problema. Le cifre invece sono sconfortanti. La Unodc, l’agenzia delle Nazioni Unite contro droga e criminalità, ha in carico da anni un dettagliato lavoro di monitoraggio. Calcola gli ettari coltivati, quelli distrutti, i sequestri delle varie polizie e l’andamento del mercato al dettaglio della cocaina, il prodotto finale delle foglie di coca. I risultati non sono soltanto lontani dalla meta fissata (riduzione del 50 per cento dell’offerta), ma indicano addirittura che da qualche anno le coltivazioni sono tornate ad aumentare. Il +27 per cento in Colombia tra il 2006 e il 2007, l’ultimo ufficiale, è il peggior dato di sempre. Siccome nel mondo crescono anche i sequestri, e i mercati finali restano ben riforniti per qualità e prezzo, la conclusione è una sola: coltivatori e narcos sostituiscono i campi distrutti con grande facilità e la riconversione delle colture è un’utopia.

Un ettaro a coca rende 10-15 volte più di un ettaro a caffè: difficile sensibilizzare alla causa dell’Occidente ricco un povero contadino che porta a casa un dollaro al giorno. Uno studio della Universidad de los Andes di Bogotà ha calcolato che per diminuire di un solo chilo l’offerta di cocaina negli Stati Uniti, gli americani spendono 15.000 dollari e i colombiani altri 6.000. Senza considerare che un’altra decina di chili passa comunque e la droga arriva a chi la vuole. Per finire con la lista dei danni, l’Onu stima che da qualche anno la Colombia ha anche conquistato il mercato americano dell’eroina, oppiaceo che un tempo arrivava solamente dall’Asia. Contro gli aerei spruzzatori e i satelliti monitor ci si mette la velocità di adattamento dei coltivatori e anche madre natura fa la sua parte. Nel suo habitat naturale, dove le Ande scendono verso la foresta amazzonica, la piantina di coca cresce ovunque. Non ha bisogno di cure, basta la pioggia e si ottengono fino a quattro raccolti l’anno. Cresce al sole e anche sotto la vegetazione fitta, invisibile dall’alto. Può essere nascosta tra i fagioli e la yucca. Nuove qualità possono adattarsi anche in Amazzonia e sono più resistenti agli spray. Alcuni esperti sostengono che le colture di coca sono assai più vaste di quelle stimate ufficialmente, perché l’occhio del satellite non riesce ad arrivare ovunque né può vedere le piantine appena nate.

Negli ultimi tempi, infine, il governo colombiano ha dovuto cedere alle pressioni per ridurre le fumigazioni aeree, che distruggono altre coltivazioni e sono pericolose per la salute degli abitanti. Si è quindi passati all’estirpazione manuale, uno sforzo ancora maggiore, più caro e probabilmente più inutile. L’italiano Giovanni Quaglia è il responsabile della Unodc per il Cono Sud. Le Nazioni Unite, spiega, vogliono una riduzione analoga a quella fissata tra Usa e Colombia, ma non entrano nel merito dell’opzione «militare» o degli accordi tra i due Paesi. Quaglia ammette però che un cambio di paradigma, dalla lotta all’offerta verso il contenimento della domanda, è ormai inevitabile. «Come per tutte le attività del crimine organizzato, dalle armi al traffico di esseri umani, anche per le droghe occorre lavorare di più sul lato del compratore. Anche la riduzione del consumo di tabacco è un buon esempio: si sono concentrati gli sforzi sull’informazione e la prevenzione, e sta funzionando».

Se gli Stati Uniti possono almeno vantare un lieve riduzione del consumo interno di cocaina—continuano comunque a «sniffarne» la metà prodotta nel mondo — si fanno invece sempre più allarmanti i dati che riguardano l’Europa, tra cui l’Italia. Si stima che buona parte della polvere bianca «nuova» prenda la rotta dell’Atlantico, sbarchi in Africa e da qui raggiunga il Vecchio Continente. Dalla Colombia le strade d’uscita sono due: il Brasile e soprattutto il Venezuela. Ammesso, ma non dimostrabile, che gli Stati Uniti stiano riducendo i consumi grazie alla guerra all’offerta, è invece assai possibile che l’aumento delle coltivazioni stia alla base dell’esplosione della coca in nuove classi di consumatori europei, grazie al calo continuo del prezzo finale. «In Europa — spiega Quaglia — si sta rapidamente arrivando alla soglia del 3 per cento di consumatori su popolazione totale, livello che gli Stati Uniti hanno raggiunto qualche tempo fa. Altro buon motivo per lavorare sempre di più sulla prevenzione». La difficoltà del problema trova conferma nei numerosi effetti politico-criminali che il narcotraffico crea nei Paesi di produzione e di transito. Spariti gli storici cartelli dei narcos di Cali e Medellin, oggi la coca finanzia in Colombia sia la guerriglia delle Farc sia i paramilitari di destra, i quali a loro volta corrompono la politica.

Messico e Venezuela stanno vivendo un’ondata di violenza senza precedenti, dopo essere diventati i principali Paesi di transito, rispettivamente verso Stati Uniti ed Europa. In Brasile, lo spaccio è responsabile di buona parte della violenza urbana e consente ai boss di esercitare un contropotere allo Stato nelle favelas. La piantina sacra degli Incas muove la politica. Persino chi difende l’uso lecito delle foglie, per uso terapeutico e alimentare, vive i suoi anni di gloria: Evo Morales, sindacalista dei cocaleros boliviani, è diventato presidente della Repubblica. I teorici della liberalizzazione come unica soluzione possibile calcolano altri danni collaterali. Da quando gli Usa si sono lanciati nella crociata contro le droghe, la popolazione carceraria è esplosa. Con il 5 per cento degli abitanti del mondo, gli Stati Uniti ospitano, si fa per dire, il 25 per cento dei carcerati, buona parte per reati legati a consumo e spaccio. Ma nulla lascia pensare che la guerra stia per essere vinta.

Rocco Cotroneo


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