“Il giardino di limoni” di Eran Riklis: una nuova, buona prova del cinema israeliano

di Gianfranco Cercone

Per trattare una vicenda lunga e complicata come il conflitto arabo-israeliano, un film può proficuamente soffermarsi su un suo singolo episodio, anche marginale; cercando di cogliere, in quel frammento, risonanze più vaste.

La vicenda raccontata da un bel film israeliano, “Il giardino di limoni”, da un punto di vista storico e politico, è di portata minima; eppure ne viene fatta scaturire una morale ampia.

Un ministro del governo israeliano si trasferisce con la moglie in un villino, il cui terreno confina con quello di una donna palestinese. Costei vi coltiva un vecchio giardino di limoni, tramandatole dal padre; giardino che, secondo gli agenti israeliani, potrebbe fornire un nascondiglio a chi volesse attentare alla vita del ministro. Dunque, andrebbe abbattuto.

Gli eventi dimostrano che quella preoccupazione non è del tutto infondata: perché in effetti si verifica un attentato nelle vicinanze, sia pure senza gravi conseguenze.

Ma non avrebbe la donna diritto a proseguire la sua pacifica coltivazione, che oltre a procurarle i mezzi di sussistenza, è anche la sua unica occupazione, vivendo ormai sola, vedova, e con i figli trasferiti all’estero?

Come in un film americano, la donna ingaggia una solitaria battaglia legale, presso i tribunali israeliani, a difesa del suo buon diritto.

Ma prima di svelarne l’esito, il film illustra pochi, ma significativi momenti, tanto della vita della donna quanto della vita del ministro e dei suoi familiari.

Ecco, per esempio, quei desolati caffè, nei territori palestinesi, riempiti di soli uomini, seduti ai tavolini; dove, all’ingresso impavido di una donna sola, tutti tacciono e si irrigidiscono, come per una presenza estranea. Oppure, in casa della donna, quel muro spoglio, su cui campeggia, incombente, la fotografia in primo piano del marito defunto: che sembra dominarla anche da morto, impedirle di ricrearsi una vita sentimentale (e quando è sospettata di avviare una relazione con il suo avvocato, c’è chi, dal villaggio, la dissuade minacciosamente).

Per quanto riguarda il ministro e gli uomini del suo entourage, la logica dell’emergenza sembra renderli cinici e sbrigativi.

Perché, ci si chiede, nemmeno una volta il ministro scende a parlare personalmente con la sua vicina? (L’unico dialogo, ma immediatamente interrotto, è tentato da sua moglie).

Perché lui e le sue guardie trattano il giardino, dopo averlo recintato, come fosse ormai cosa loro, cogliendone i frutti?

Quando alla fine, buona parte degli alberi di limone sono, non sradicati, ma quasi rasi al suolo (secondo la sentenza della Suprema Corte di Israele), e un muro di pietra divide i due villini, il panorama spettrale che ne deriva suggerisce che, se pure il ministro ha vinto, è depauperata e sconfitta l’umanità di entrambi i contendenti.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.