Le posizioni della Lega sugli immigrati sono semplicemente sbagliate

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di Benedetto Della Vedova, da L’Occidentale di martedì 13 gennaio 2009

Il riflesso pavloviano che spinge la sinistra perbene ad urlare “razzisti!” ogni qual volta la Lega si occupa di immigrazione indurrebbe a difendere le iniziative dei lumbard “a prescindere”. Ma passiamo oltre: la proposta di introdurre un ticket aggiuntivo di 50 euro sulle pratiche di permesso di soggiorno e una fideiussione di 10.000 euro a carico degli extracomunitari che aprano una partita IVA è, semplicemente, sbagliata. Ovviamente si tratta di due misure diverse, da considerare separatamente.
L’idea di richiedere un ticket aggiuntivo nel decreto sulla crisi economica non era una novità, dal momento che già nel disegno di legge governativo sulla sicurezza un emendamento leghista in commissione ha introdotto una nuova tassa, giustamente così definita in modo esplicito, di 200 euro per la richiesta (anche senza il successivo rilascio) e il rinnovo del permesso di soggiorno.  Ora, che le pratiche burocratiche abbiano un costo, in Italia come ovunque, non è in discussione ed è bene che questi costi siano, in generale, congrui. Ma se già oggi la pratica per il permesso di soggiorno è accompagnata dal pagamento di un bollo amministrativo, l’idea di una specifica tassa per il permesso di soggiorno assume inevitabilmente il significato di una “imposta sulla legalità”. Che, per una quota significativa di casi, diverrebbe “tassa sulle badanti”: un balzello aggiuntivo sul reddito dei soli lavoratori stranieri, che, se regolari, contribuiscono come tutti al bilancio pubblico e, pro quota, alle politiche sull’immigrazione.
Capisco che queste misure possano soddisfare un generico istinto anti-immigrati presente tra gli italiani (anche tra quanti, al momento del bisogno, farebbero carte false pur di regolarizzare la badante clandestina che assiste un congiunto non autosufficiente), ma non credo che questo spirito possa ispirare le politiche del Governo. Immagino che i presentatori dell’emendamento abbiano valutato la costituzionalità del balzello, ma il fatto di introdurre una tassa di scopo finalizzata, come esplicitato nell’emendamento al disegno di legge sulla sicurezza, al finanziamento delle politiche sull’immigrazione e gravante sui soli lavoratori stranieri appare quantomeno singolare (sempre che non voglia essere punitiva). Il rilascio dei permessi di soggiorno è giustamente vincolato a parametri soggettivi ed oggettivi (il rispetto dei flussi programmati) e legato all’occupazione, ma coloro che superano la trafila burocratica partecipano alla produzione della ricchezza nazionale come tutti gli altri e come tali devono essere trattati e rispettati. Anche l’immigrazione interna comporta costi burocratici e sociali, un aggravio delle responsabilità politico-istituzionali dell’amministrazione “ospitante” e, in molti casi, rilevanti problemi di integrazione e sicurezza. Ma a nessuno dei presentatori di questo emendamento verrebbe in mente di vincolare ad uno specifico balzello il rilascio del certificato di residenza agli immigrati italiani che si spostano, per fare un esempio, dalla Calabria alla Lombardia. Gli immigrati devono pagare il “costo dello Stato” come contribuenti – non come immigrati – e non possono essere considerati contribuenti “meno uguali” degli altri.
Fino ad oggi, per altro, si è sempre detto che il problema è la repressione dell’immigrazione clandestina: il che è sacrosanto, ma allora non è razionale, bensì controproducente combattere i clandestini tassando e scoraggiando le regolarizzazioni. La tassa di duecento euro proposta al Senato, come quella bocciata alla Camera, dunque, è irrazionale e dà un messaggio distorto rispetto alle priorità indicate sulla questione dell’immigrazione. Per non parlare delle molte obiezioni di dettaglio che si possono muovere ad una misura del genere. Su tutte, conviene citarne una rilevante: imporre cinquanta o duecento euro all’anno (il permesso di soggiorno studentesco va rinnovato ogni dodici mesi) agli extracomunitari che hanno scelto l’Italia per la loro formazione universitaria vuol dire tassare il merito e inibire la capacità del nostro Paese di attrarre capitale umano di qualità, proprio ciò di cui le società moderne hanno fortemente bisogno.
Per quanto riguarda la fideiussione chiesta ai lavoratori autonomi e agli imprenditori, respinta alla Camera e per ora non riproposta, la questione va posta in questi termini: se vi sono fenomeni evasivi o elusivi legati all’apertura in sequenza di diverse posizioni da parte dei medesimi soggetti (italiani o stranieri) vanno colpite e represse in quanto tali. Ma l’effervescenza dell’imprenditorialità straniera in Italia va considerata una ricchezza per l’economia nazionale e come tale incoraggiata, non penalizzata.  Su questo, poi, bisogna tener conto che una fideiussione di diecimila euro per l’apertura di una partita Iva sarebbe destinata a costituire un ostacolo insormontabile per molti imprenditori (anche italiani, del resto) che finirebbe per avere due possibili effetti. Il primo di incentivare l’imprenditorialità irregolare; il secondo di spingere gli imprenditori a ricorrere – a debito, se non “a strozzo” – al sostegno e ai capitali della malavita organizzata (italiana e non) o delle reti islamiste. E si tratterebbe di un ulteriore e prevedibile effetto indesiderato.


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