Che cos’è il Cristianesimo come etica pubblica?

http://www.agroalimroma.it/CAR/www/images/frutti/jpg/pera2.jpgDi Luigi Pavone

L’agognata condivisione di valori tra credenti e non credenti è un equivoco, oppure il non credente è chiamato a diventare credente, o il credente a diventare un po’ miscredente

Con il suo ultimo libro, Perché dobbiamo dirci cristiani, Pera riprende il discorso avviato qualche tempo fa sulle radici cristiane dell’Europa. Come allora, anche questa volta ci sono alcune premesse troppo facilmente date per scontate, per esempio la presunta crisi spirituale degli europei. Quali fatti testimonierebbero di una tale crisi? Non dico che non ci sono… ma forse sono addirittura troppi. In altre parole, quale fatto deplorevole non è riconducibile a una qualche crisi spirituale? Il concetto di crisi spirituale è così indeterminato che sarebbe meglio farne a meno. Non si capisce esattamente che cosa sia e si presta più a discorsi morali o di filosofia della storia. Crisi a parte, il progetto di Pera è molto ambizioso: si tratta di costruire un’etica sociale europea centrata sull’idea di Cristianesimo come cultura fondante e identitaria. Tralascio le insipide dispute sul Cristianesimo come forma culturale e politica dell’Europa e, perché no, dell’Occidente tout court. L’ostacolo al progetto di Pera che invece vorrei mettere in luce riguarda la distinzione tra Cristianesimo inteso come etica pubblica e Cristianesimo inteso come fede. Secondo Pera è il primo Cristianesimo, e non il secondo, a dover costituire l’identità morale e politica dell’Europa. Credo che si possa essere d’accordo sul fatto che se qualche identità deve venir costruita, allora questa dovrà essere qualcosa di largamente condiviso. Il Cristianesimo come etica pubblica è il candidato più naturale? Ciò che cerchiamo, per restare al caso domestico, è innanzitutto qualcosa in cui credenti e non credenti si riconoscano. Pera è un non credente che si riconosce nel Cristianesimo come etica pubblica. Io sono un non credente che non si riconosce nel Cristianesimo come etica pubblica. Tuttavia, se Pera fosse un po’ più convincente, potrei anch’io, da non credente, aderire al corpo opaco del Cristianesimo come etica pubblica. Il problema più grande è costituito dai credenti, paradossalmente. Mi chiedo che cosa possa mai significare per un credente qualcosa come un Cristianesimo come etica pubblica. I credenti possono intendere il Cristianesimo in quanto etica pubblica come anticamera del Cristianesimo in quanto fede, ma in questo caso perché chiamare Cristianesimo ciò che più conformemente alla dottrina cattolica possiamo chiamare ragione naturale o morale naturale? Ciò che non è Rivelazione, o è ragione naturale preambolo alla Rivelazione, o è errore. Allora, per il credente il Cristianesimo come etica pubblica, distinto dal Cristianesimo come fede, nella misura in cui non è errore, allora è ragione naturale, perché dunque chiamarlo Cristianesimo?, nella misura in cui è errore, ancor più sconveniente, o addirittura blasfemo, appare chiamarlo Cristianesimo. Una alternativa ancora è possibile, e anche probabile, cioè che per i cattolici la distinzione di Pera sia in realtà priva di fondamento. Le conseguenze sono piuttosto spiacevoli: l’agognata condivisione di valori tra credenti e non credenti diventa un equivoco, oppure il non credente è chiamato a diventare credente, o il credente a diventare un po’ miscredente.


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