“Sacra conversazione Dolfin” (1507) di Giovanni Bellini: quando alla Madonna si preferisce san Sebastiano

Di Gianfranco Cercone

Nelle “Sacre conversazioni”, raffigurate in vari quadri omonimi, di solito nessuno parla. Del resto, sono conversazioni tra santi, magari con l’intromissione di qualche illustre devoto; e il suono delle parole, anche soltanto evocato dalla pittura, sarebbe forse una violazione profana. Quel che conta è che i personaggi, attraverso gesti e sguardi, risultino “in profondo contatto tra loro”.

Prendiamo, ad esempio, la “Sacra conversazione Dolfin”, opera di Giovanni Bellini, presente nella mostra dedicata al grande pittore rinascimentale, che si tiene a Roma in questi giorni alle Scuderie del Quirinale.

La scena si svolge in campagna. E’ l’inizio del tramonto. Una luce bruna bagna i personaggi in primo piano, che sono, da sinistra a destra: San Giovanni Battista, San Francesco, Giacomo Dolfin (il committente del quadro), San Girolamo e San Sebastiano.

Al centro del quadro, in posizione arretrata ma elevata rispetto agli altri “conversatori”, c’è la Madonna con in grembo Gesù bambino, colpita dai riflessi più crudi di un raggio di sole ancora vivido.

Tutti costoro, grazie soltanto alle espressioni del viso e agli atteggiamenti del corpo, appunto “conversano”, e cioè interagiscono tra loro, dando luogo a una scena solenne, ma discretamente animata.

La Madonna, per esempio, ha un’aria dolcemente corrucciata. Tanta gente, intorno al suo bambino, forse appena sciolto dalle fasce, visibilmente la impensierisce; ma proprio come una vacca potrebbe impensierirsi per il suo vitellino. Scrivo così, davvero senza nessuna volontà di ingiuria. Si sa che l’amore materno, tra tutti gli amori, è forse quello che più manifesta la sua natura animale; e la pittura di Bellini lo testimonia sinceramente.

Il gesto della mano con cui trattiene a sé il corpicino nudo del bambino – in piedi, sulle sue ginocchia – ha qualcosa di invadente. Ma non tanto, da impedire a Gesù il gesto che gli compete: sollevare una mano per benedire il committente del quadro, Giacomo Dolfin, che riceve un così alto riconoscimento, inginocchiato, a mani giunte, in atto di umile e ammirata preghiera.

San Francesco osserva il Dolfin, dall’alto in basso, con il sorriso benevolo del buon pastore che rimira il gregge obbediente dei suoi devoti.

Tale benedizione è l’episodio centrale del quadro. Eppure gli altri tre personaggi se ne disinteressano altamente.

Il vecchio San Girolamo è immerso nella lettura delle Sacre Scritture. Ma si sa: lui è passato alla storia per avere tradotto in latino la Bibbia; e non riesce a distogliersene nemmeno per un minuto.

Più singolare – e tutto da spiegare – è l’atteggiamento di San Giovanni Battista, all’estrema sinistra del quadro.

Il Battista è di profilo, e guarda davanti a sé, verso destra; con uno sguardo così intento, che socchiude leggermente gli occhi, come calamitati.

E’ vero: appoggia una mano sulla schiena del Dolfin. Ma è un gesto sbadato. Il centro del suo interesse è chiaramente altrove. E lo si può comprendere: pratico di benedizioni battesimali, la scena che si svolge vicino a lui, non presenta ai suoi occhi nessuna novità.

Se si segue la traiettoria del suo sguardo – che esclude del tutto la Madonna col Bambino – si giunge all’estrema destra del quadro: dove si staglia la figura di San Sebastiano.

Questi è un adolescente dai folti ricci biondi. Come vuole la tradizione, il suo torace nudo, dalla tenue muscolatura, è trafitto da tre frecce. Ma egli, surrealisticamente, non sembra provare alcun dolore fisico. Il suo sguardo serio è attraversato soltanto da una leggera ombra di malinconia: anche per un santo, morire martire a quell’età non è un destino grato.

Egli fissa lo spettatore del quadro, e dunque non ricambia lo sguardo del Battista. Ma non si può nemmeno affermare che lo respinga o che ne sia infastidito: è delicatamente sfuggente, come si conviene all’oggetto del desiderio.

A questo punto, un lettore potrebbe obiettare che stravedo. Può darsi. Però, prima di respingere la mia descrizione, chiedo almeno che faccia un riscontro di persona sulla tela. D’altra parte, uno sguardo di desiderio, forse di amore, è meno “sacra conversazione” della benedizione, adulatoria, di un ricco committente?

Comunque, una spiegazione di questa licenza di Bellini, forse nemmeno tanto cifrata, io ce l’avrei.

Visitando il resto della mostra romana, si ha modo di ammirare, affluita dai musei di mezzo mondo, una splendida galleria di Madonne col bambino. Splendida, ripeto; in cui l’amore materno è esplorato nelle minime varianti emotive, più o meno venato della precognizione della morte tragica del figlio. Splendida, ma, alla lunga, estenuante, perchè ossessiva.

Sareste pronti a scommettere che tutti quei quadri con lo stesso soggetto, vengano dalla libera ispirazione di Bellini, e non siano un prodotto della tirannia della committenza religiosa?

Per me, nella “Sacra conversazione Dolfin” Bellini si è identificato col Battista, sbottando: “Per questa volta, la Madonna e il Bambinello se ne stiano per conto loro. Io voglio godermi San Sebastiano!”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

One Response to ““Sacra conversazione Dolfin” (1507) di Giovanni Bellini: quando alla Madonna si preferisce san Sebastiano”

  1. Massimo Messina scrive:

    Ho appena inserito questo articolo nel mio blog http://massimomessina.spazioblog.it

    Spero così di non aver fatto torto né a Generazione L né a Gianfranco Cercone.

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