“Changeling” di Clint Eastwood: la maschera dell’amore materno

Di Gianfranco Cercone

I sentimenti umani possono essere riassunti ognuno in una parola del vocabolario: dall’amore all’odio, dalla tristezza alla gioia, dalla malinconia all’estasi. Ma tutti possiamo accorgerci che quando definiamo ciò che effettivamente proviamo con una singola parola, semplifichiamo, generalizziamo, sintetizziamo. Perchè i sentimenti reali sono spesso sfuggenti, cangianti, contraddittori. E’ senso comune, ad esempio, che non può esserci amore senza almeno una sfumatura di odio.

Ora, accade spesso che il racconto cinematografico tratti i sentimenti come se fossero fatti realmente di una sola parola. E si capisce perchè: la macchina del racconto ha bisogno di ingranaggi; e un sentimento semplice e “puro”, anche se astratto, può essere altrettanto o più funzionale di un sentimento reale ma ambiguo.

Questa premessa, per dire che, malgrado l’ultimo film di Clint Eastwood, “Changeling”, sia un film molto ben fatto; offra un quadro non edulcorato della corruzione della polizia in California, così come della malvagità degli uomini; racconti con vigore la lotta contro l’ingiustizia e per l’affermazione del diritto; trattenga fino all’ultimo l’attenzione del pubblico e possa anche commuoverlo; malgrado insomma sia un’opera lodevole sotto tanti punti di vista, pure la meccanicità con cui sono costruiti i personaggi, le loro psicologie e i loro sentimenti, ne fa un prodotto commerciale, e non un’opera di poesia.

Il film racconta il caso realmente accaduto, negli anni Venti, di una madre americana cui sparisce il figlio ancora bambino. Dopo qualche giorno, la polizia, bersaglio di una campagna radiofonica denigratoria, glielo riconsegna sano e salvo, sperando così di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il bambino non è quello giusto! La madre se ne accorge subito. Se lo porta a casa e lo accudisce, ma intanto protesta e supplica che proseguano le indagini. Ma la polizia, vedendo compromesso il successo dell’operazione, mette in dubbio la salute mentale della donna, e addirittura la fa chiudere in manicomio. Finché si scopre che il figlio vero è stato effettivamente rapito da un maniaco.

Ora, come non comprendere la trepidazione della madre; la costernazione di sentirsi trattata da pazza; l’amarezza di scoprire la corruzione e la malafede delle istituzioni che dovrebbero soccorrerla; la ritrovata fermezza di proseguire ad oltranza la ricerca della verità; la speranza strenua di ritrovare suo figlio ancora vivo?

Sono tutti sentimenti verosimili, ognuno individuato con precisione, e disposti in una giusta progressione logica. Ma sono anche tutti, sempre e soltanto, sentimenti prevedibili; di una limpidezza che non conosce incrinature e zone d’ombra; senza un’impronta di originalità individuale. Tanto che l’eroina – malgrado la bravura dell’interprete: Angelina Jolie – sembra irrigidirsi, almeno a momenti, nella maschera dell’amore materno e della ricerca della giustizia.

Per contro, il capo della polizia, che trama nell’ombra del suo ufficio, è immediatamente riconoscibile sordido e cinico.

Se tutto è soltanto logico e meccanico, si ritrova però, a momenti, una tinta emotiva che è il prodotto del punto di vista dell’autore, che ha origini culturali e religiose da lui profondamente interiorizzate: è il senso del Male, che domina come una cupa fatalità, sulla vita degli uomini.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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