Considerazioni sulla elezione di Obama

di Benedetto Della Vedova, da Federalismi.it

Negli Stati Uniti sarei stato sostenitore convinto di Mc Cain. E non per una banale “simmetria” politica – la destra con la destra, la sinistra con la sinistra – o per il rispetto suscitato uno straordinario eroe di guerra. Avrei scelto McCain e non Obama, per la diffidenza che il senatore dell’Arizona ha sempre mostrato nei confronti di un protezionismo tanto “facile” quanto pericoloso e per la sua difesa dei fondamenti del reaganismo. Avrei appoggiato il senatore dell’Arizona per la sua intransigenza politica nei confronti delle “non democrazie” emergenti, dalla Cina alla Russia, e la sua apertura a politiche di innovazione civile, che lo ha portato per decenni ad essere il maverick della destra repubblicana e a non subire il fascino di derive confessionali. Avrei votato John Mc Cain, dunque, ma allo stesso tempo considero la vittoria di Barack Obama un fatto straordinario, una prova della capacità degli Stati Uniti d’America di rappresentare sempre la frontiera dell’integrazione e del cambiamento politico. Amo l’America e l’elezione di Obama è un potente messaggio di rigenerazione della great nation. Come molti hanno notato, la vittoria democratica non è, in sé, la vera novità. Otto anni di amministrazione repubblicana e una crisi economica così profonda sono avversari troppo forti nella democrazia americana. La novità è data dall’identità del vincitore, Obama l’underdog che nelle primarie (altro che preferenze, la democrazia interna ai partiti è il vero problema della politica italiana) ha battuto Clinton l’insider, il candidato che ha rinunciato al finanziamento pubblico raccogliendo metà dei suoi tanti fondi con la raccolta spicciola, il candidato di Internet, il politico di colore che ha fatto una campagna post-razziale e ha sfondato tra gli ispanici (“avversari” tradizionali dei neri e tradizionalmente repubblicani) e tra i giovani. Il messaggio di Obama è stata vincente perché ha percorso trasversalmente l’elettorato e il corpo sociale, più di quanto sia riuscito a fare Mc Cain. La questione razziale, a ben guardare, è stata risolta nel modo più efficace: superandola. Non è un caso che, in Colorado, dove Obama ha vinto con quasi il 60 per cento, gli elettori abbiano contemporaneamente votato contro l’”Affirmative action”, ovvero contro le politiche che riservano alle minoranze quote nelle scuole e nei posti di lavoro. Insomma, lungi dall’essere il candidato “dei neri” (che, anzi, in un primo tempo l’avevano guardato con diffidenza), Obama ha promesso, incarnandolo, il rilancio di quel sogno americano di cui lui è un perfetto testimonial. Ben più delle sue promesse (anche troppe e troppo vaghe per noi pragmatici), ha potuto la sua personalissima storia, così americana e così globale: uno straordinario esempio di mobilità sociale, di integrazione, di meritocrazia. Scegliendo Obama, in effetti, l’America ha scelto di affermare sé stessa. Ciò che farà Obama, da presidente, è un altro capitolo. In politica estera, la sensazione è che il neopresidente non potrà che tenere ben ferma al centro la barra della sua politica. Visto dall’Italia, saranno più le volte in cui sarà il centrodestra ad applaudirlo che quelle in cui lo farà il centrosinistra (per quel che vale, le prime nomine annunciate muovono in questa direzione). Gli Stati Uniti continueranno a svolgere la loro imponente funzione nello scacchiere internazionale. L’unilateralismo dei primi anni della presidenza Bush ha lasciato il passo, già da tempo, alla ricerca di una maggiore condivisione di decisioni e responsabilità con gli europei e non solo; ma in Iraq e in Afghanistan, nei confronti dell’Iran e della Siria, rispetto al vecchio-nuovo rivale russo e ai turbolenti vicini latinoamericani, l’amministrazione Obama resterà innanzitutto “americana”, come lo fu quella di Clinton Sull’economia, ci sono diverse incognite. Obama ha fatto una campagna di sinistra (americanamente parlando), protezionista, pro-sindacato e “redistributiva”. La crisi economica ridurrà presumibilmente i margini di intervento ma non è escluso che il neopresidente vorrà dare qualche segnale fin da subito su alcuni dei temi più importanti della sua campagna, a partire dalle riforme dei meccanismi di rappresentanza sindacale, dal sistema sanitario e dalla redistribuzione del carico fiscale. Saranno (se saranno) misure che penalizzeranno i contribuenti di reddito medio-alto e le imprese. Ma non ci sarà nessun cambio di paradigma: l’America non rinuncerà al libero mercato, perché ne conosce profondamente i valori di libertà ed efficienza. E il partito repubblicano, una volta ripresosi dalla sconfitta, farà buona guardia. Più complessa la partita del commercio internazionale e dei nuovi equilibri finanziari globali: il mondo intero, non solo gli Usa, rischia un pericoloso ripiegamento. Ciò che accadrà dipenderà anche dall’atteggiamento dell’Europa: evitando le sirene del protezionismo commerciale e del dirigismo finanziario, il vecchio continente aiuterà il governo americano a fare altrettanto. Così in politica estera, dove l’Europa ha il dovere di non lasciare gli Stati Uniti soli nella gestione dei grandi dossier. Insomma, con Obama cambia tutto, tranne la cosa più importante: che l’America è l’America, l’alleato inevitabile e prezioso per un’Europa che oltre la crisi sappia scommettere su un futuro possibile di libertà, democrazia e prosperità.


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