“Un altro pianeta” di Stefano Tummolini: libero amore a Ostia

di Gianfranco Cercone

Tra i personaggi di una storia si crea sempre un campo di forze, che può essere facilmente disegnato su un foglio di carta: fra alcuni si sviluppa un’intensa attrazione di amore o di amicizia; fra altri, una corrente, ugualmente intensa, di avversione; fra altri, che si incontrano come casualmente nel loro percorso, la relazione è soltanto una blanda simpatia, un’amicizia occasionale; altri ancora si ignorano del tutto.

Nel film di esordio di Stefano Tummolini, “Un altro pianeta”, tale campo di forze, che di solito può essere soltanto mentalmente ricostruito dallo spettatore, si dispiega materialmente sotto i nostri occhi. Grazie a una speciale caratteristica del film: che si svolge interamente in un tratto di spiaggia (a Ostia, nella zona per naturisti di Capocotta), dove tutti i personaggi sono compresenti per gran parte della durata del racconto.

Sono raggruppati in tre poli principali: sotto un ombrellone, ci sono alcune amiche, insieme a un signore più maturo che insegna all’Università; poco più in là, è steso l’asciugamano di un uomo solitario e di poche parole; più in là ancora, sotto un altro ombrellone, ci sono due o tre giovani omosessuali.

Tra i tre poli si instaurano varie dinamiche di attrazione e di repulsione.

I personaggi si studiano da un polo all’altro; fanno reciprocamente supposizioni; e poi si avvicinano, si sfiorano e, almeno inizialmente, si allontanano.

Questo andirivieni è indotto a volte dalla curiosità e dalla simpatia; ma più spesso dal desiderio: l’uomo solitario è attratto da un giovane; le amiche sono attratte dall’uomo solitario; il giovane ricambia l’attenzione dell’uomo, ma ha una relazione con un altro uomo presente sulla spiaggia.

Se il desiderio fa avvicinare, ci si allontana spinti da un’improvvisa diffidenza; dalla paura di soffrire; dal legame di un altro amore, presente oppure passato e rimpianto.

Comunque, questa specie di balletto – che però non ha nulla di stilizzato, perchè tutti i movimenti sono realistici e psicologicamente motivati – rinvia, con una sottile ma persistente suspense, a un possibile, immediato rapporto sessuale, a cui l’ampia zona delle dune retrostante la spiaggia, offrirebbe, come apprendiamo fin dall’inizio del film, accoglienza e copertura.

Il film di Tummolini – girato in digitale, con un bassissimo budget, grazie alla prestazione gratuita degli interpreti – ha il merito di far svolgere con naturalezza – dandoci sempre un’impressione di verità – i comportamenti, amorosi e non, dei suoi personaggi. E poi di portare sullo schermo Antonio Marone, un incisivo attore-personaggio (che cioè ha l’aria di recitare se stesso). Uomo del sud, chiuso in un’antica malinconia, alterna sprezzo e delicatezza, drastiche chiusure e improvvisi cedimenti sentimentali. Unisce a un’etica amorosa tradizionale, possessiva e intransigente, la piena accettazione dell’omosessualità. Prodotto di una trasformazione antropologica in fieri, è scrutato nel film dall’esterno, senza che sia intaccato il suo mistero: come appunto l’abitante di un altro pianeta.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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