“Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari: le voluttà del crimine

Di Gianfranco Cercone

Perchè un giovane perbene diventa un criminale?

Il caso non è poi così insolito, e non è certamente inverosimile.

Ma i fatti del mondo hanno tutti una ragione. Ed esistono anche tante ragioni perché un giovane perbene resti perbene. Fra le altre, l’istinto di conservazione. Il crimine può esporre a tanti rischi: ad esempio, la galera.

Quale movente è più forte di questa remora?

Daniele Vicari, curando l’adattamento cinematografico del romanzo di Gianrico Carofiglio “Il passato è una terra straniera”, si è certamente posto tale domanda.

E la risposta che si è dato e che si deduce dal suo film, è : il crimine ha le sue irresistibili voluttà.

Ecco allora un morigerato studente di legge, osservare irretito, durante una festa, un suo coetaneo che pratica il gioco d’azzardo con le carte. Quando costui viene improvvisamente aggredito, non ci pensa due volte a massacrare di botte uno degli aggressori.

Si trattasse di una storia d’amore, diremmo che è scoccato un colpo di fulmine.

Comunque, dopo la disavventura, i due stringono subito una solida amicizia. E nel giro di qualche giorno, li ritroviamo in coppia a un tavolo da gioco; dove vincono a poker una somma ingente.

Scopriamo poco dopo, insieme allo studente, come stanno davvero le cose: il giocatore professionista è un abilissimo baro; e ha usato il nuovo amico come un complice inconsapevole.

Ma da complice inconsapevole a complice consapevole e determinato, il passo, a quanto pare, è molto breve; e dopo qualche comprensibile rimostranza, lo studente si convince a sbancare, insieme al baro, tavoli da gioco di ogni genere.

Il Male, si sa, è un piano inclinato. Ed ecco che la coppia, in trasferta a Barcellona per acquistare una partita di cocaina, si dà a un rapporto a tre con una cameriera; che sfocia in una specie di stupro.

Non aggiungo altro sugli sviluppi “perversi” dell’avventura dei due amici.

Ma la commistione tra i piaceri del crimine e i piaceri del sesso, è uno dei temi più insoliti del film, che dà luogo a un episodio emblematico: lo studente avvia una bollente relazione con una signora dell’alta borghesia a cui ha carpito un sacco di soldi al tavolo da gioco. E “fottere” chi si è appena derubato è una pratica raccomandata nientemeno che dal marchese De Sade. (Vedi: “Juliette o la fortuna del vizio”).

Riassumendo la storia del film, mi lasciato andare qua e là a scherzare un po’. La ragione è che a questa storia non riesco a credere fino in fondo. La discesa dello studente agli inferi del crimine e della perversione (fatta salva la redenzione finale) è troppo facile e precipitosa. Si direbbe che egli non si muova per volontà propria, ma per un partito preso dell’autore.

Eppure Vicari è un regista di notevole talento. Ambienti e comportamenti del gioco d’azzardo sono raffigurati con originalità ed efficacia. E il film trattiene fino alla conclusione l’attenzione del pubblico. (E l’attore Elio Germano, nel ruolo dello studente, a forza di sottigliezze e di sfumature, riesce a rendere credibile un personaggio un po’ irreale).

Ma l’ideologia – e, in questo caso, un’ideologia un po’ semplicistica – prevale a volte in Vicari sull’intuito del narratore. In questo film, ce n’è un chiaro indizio. La studente nasconde i soldi che ha guadagnato, tra le pagine dell’opera completa di Marx, conservata su uno dei più alti scaffali della libreria di casa.

Ecco, insomma, cosa succede quando si accantonano, o si usano in modo improprio, certi testi basilari. Nei nostri tempi bui, senza valori, anche Marx è una terra straniera.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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