“Control” di Anton Corbijn: ritratto di un suicida

di Gianfranco Cercone

Se si racconta la vita di un personaggio realmente vissuto morto suicida, è forse inevitabile partire dall’interrogativo: perché si è ucciso?

Tanto più se, come nel caso di “Control”, a uccidersi è un giovane di soli ventitre anni, cantautore di talento in una banda musicale rock sul punto di conoscere un grande successo internazionale. (Si tratta di Ian Curtis, della Joy Division, nata in Inghilterra alla fine degli anni Settanta).

Di ragioni per spiegare un suicidio se ne possono trovare tante: vecchi traumi familiari, una delusione d’amore, una malattia, eccetera.

Ma si sa che le spiegazioni puramente logiche sono sempre insufficienti a comprendere i moti profondi del cuore.

Così, se a porsi quella domanda è un vero artista, egli dovrà immedesimarsi nel personaggio e ritrovarlo in sé stesso: e cioè, scoprire e approfondire la propria personale voglia di morire (non si scappa: “i sentimenti non si inventano” – Tolstoj!).

“Control” non è un film esente da difetti. Si avverte che è un film diretto da un fotografo. La composizione delle immagini (in un bel bianco e nero) è squisita, ma il linguaggio cinematografico è un po’ legnoso.

Tuttavia, l’intuizione che regge la figura del protagonista, è chiara e penetrante.

Ian Curtis si sposa molto presto, avventatamente, con una donna dalla quale avrà presto un figlio. Avendo smesso di amarla, si mette insieme con una giornalista belga.

Niente di straordinario; niente che non rientri nel disordine abituale della vita amorosa. Ma il fatto è vissuto da Curtis con un senso di colpa fuori dal comune: segno di rigore morale, ma di una morale conservatrice e repressiva. Il matrimonio, con l’annessa paternità, non è un impegno che si è assunto? L’unione con un’altra donna, non è un’inadempienza? E non è dunque una dimostrazione di indegnità, e perfino di spregevolezza?

Lo stesso giudizio su se stesso è indotto dalla sua vita professionale. Il complesso musicale in cui canta, ottiene l’insperato invito per una tournée negli Stati Uniti. Ma Curtis è soggetto a crescenti crisi di epilessia, che lo assalgono anche sul palcoscenico. Dunque, non è in forze per affrontare il nuovo impegno. Ma non è anche questa un’inadempienza nei confronti del manager e dei compagni della banda?

Certo, si può obiettare: è forse una colpa innamorarsi di un’altra donna, o ammalarsi di epilessia?

Eppure, malgrado la logica, capita di sentirsi colpevoli non soltanto di ciò che intenzionalmente si è fatto, ma anche di ciò che, senza volerlo, si è.

Sulla vita di Curtis sembra pesare un senso antico di indegnità, il cui mistero sfuma in quello del suicidio, che a quell’indegnità vorrà mettere fine.

Tutto ciò, beninteso, nel film non è spiegato soprattutto a parole; ma è lasciato intendere attraverso le azioni, i movimenti del corpo, e in particolare attraverso gli sguardi del protagonista (interpretato molto bene da Sam Riley). E anche attraverso l’atmosfera di fatalità dolorosa che lo circonda, e che si riflette nei modesti interni di case; nelle strade deserte e malinconiche di una cittadina inglese di provincia.

Il risultato è un ritratto di suicida profondamente persuasivo.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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