“Mamma mia!” di Phyllida Lloyd: libero amore in Grecia

di Gianfranco Cercone

Sul film “Mamma mia!” – trasposizione di un musical teatrale che ha retto il cartellone per anni a Broadway e a Londra – circola tra gli spettatori la seguente riserva critica: Meryl Streep (l’attrice protagonista), alla sua età, non dovrebbe più ballare e cantare.

E’ un argomento che può oscillare tra la riprovazione moralistica e il senso di una trasgressione al galateo; oppure, in un ambito artistico, può significare: è inverosimile che una donna sui sessant’anni balli con tanta energia e tanta scioltezza, e senza che le venga mai l’affanno.

Poiché qui m’interessa l’arte, e non la morale o il galateo, mi occuperò soltanto di quest’ultima considerazione, controbattendo che:

1. Sarà forse inverosimile che una donna di quell’età canti e balli così bene, ma è VERO. Meryl Streep non è un effetto speciale. Ed è un’interprete di eccezionale sensibilità del personaggio e delle canzoni che le sono affidate.

2. E ancora sull’inverosimiglianza. Signori, a parte Meryl Streep, è forse verosimile che una piccola folla di personaggi passi le giornate cantando e ballando: quando prendono il sole sulla spiaggia, quando camminano per strada, o anche quando parlano a tu per tu con la persona amata?

Certamente no. Ma “Mamma mia!” è un musical. E la verità del musical non coincide con la verosimiglianza della vita quotidiana. E’ la verità del sentimento. E un sentimento che afferma e fa trionfare le sue insopprimibili esigenze, le sue più intime aspirazioni, contro i mille ostacoli della realtà esterna. Di qui, quel clima di euforia festosa, che si ritrova spesso (non sempre) nei film del genere.

E’ comunque il caso di “Mamma mia!”.

In un’isola greca, alla vigilia delle sue nozze, una ragazza, cresciuta da sola dalla madre, invita alla festa tre uomini: sperando di scoprire finalmente quale dei tre sia suo padre.

Ma capiamo presto che la ricerca del padre non è il centro del racconto; ma poco più che un pretesto per far incontrare la madre della ragazza con tre amanti di gioventù.

La madre (interpretata appunto da Meryl Streep), sopraffatta dalle difficoltà pratiche (ha dovuto tirare su da sola la figlia e allo stesso tempo gestire un piccolo albergo); amareggiata da una storia d’amore finita male; adeguatasi all’idea di avere ormai una certa età, ha rinunciato all’amore.

Ora, questi tre incontri di fiamma (“Mamma mia!” è la canzone che esprime con precisione ed efficacia la meraviglia e il batticuore che le provocano), risvegliano un eros mortificato e seppellito, anche sull’onda di allegria e di sensualità suscitata dalla coppia dei giovani sposi.

Un risveglio (che investe la madre, ma anche tutti gli invitati al matrimonio) che, come è prevedibile, porta scompigli: il matrimonio previsto salta per aria, e al suo posto se ne improvvisa un altro; la ragazza si libera dall’ossessione di ritrovare il padre; i tre possibili padri trovano ognuno una nuova compagna (uno dei tre, in verità, un compagno greco).

Insomma: i balli e i canti di Meryl Streep, che sono, insieme agli altri, le immagini di questa “reviviscenza” interiore, sono ampiamente giustificati, se ce ne fosse bisogno, dal tema del film.

“Mamma mia!” è allora un grande musical, all’altezza dei classici del genere?

Probabilmente no. Nella prima parte, ad esempio, l’euforia (ancora poco giustificata dagli avvenimenti) mi è sembra sforzata, come quando, in una festa, si ride e si scherza troppo, con l’ansia di dimostrare un divertimento che non c’è.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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