“Un giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek: istantanea di un’ossessione amorosa

Di Gianfranco Cercone

Un atto inconsulto come sterminare i propri figli e poi ammazzarsi, costituisce una grande sfida per un narratore. Dovrebbe rendere leggibile nei suoi moventi profondi, un gesto che all’opinione pubblica appare di solito soltanto assurdo, mostruoso. Potrebbe prenderla alla lontana: raccontarci la storia remota dell’autore del gesto, che precipita in quel crimine sommando ferite e scorie del passato. Ma potrebbe anche, più semplicemente, prendere in considerazione il personaggio soltanto poco prima della catastrofe, cogliere con nitidezza lo stato d’animo che lo spinge all’atto estremo. Del resto quel che fa la qualità di un film è che sia vivo, che non si riduca all’aridità di una cronaca.

E’ questa seconda la strada seguita da Ozpetek nel suo bel film “Un giorno perfetto” (tratto dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco).

La prima parte può disorientarci. Ci viene presentata una moltitudine di personaggi, attraverso frammenti della loro vita quotidiana. Fatichiamo per qualche tempo a capire chi sono, e soprattutto che relazioni esistano fra loro: chi è la moglie, chi è la madre, chi è il figlio, e così via. Ma mentre ricomponiamo questa tela, un tema, un personaggio, finisce per dominare su tutti gli altri.

E’ un uomo che, abbandonato dalla moglie, non riesce a darsi pace. La spia, le telefona, vuole incontrarla a tutti i costi, quando pure è evidente che lei di lui non vuole più saperne. E’ preda insomma di un’ossessione, che, lo si capisce subito, non lo porterà mai a ristabilire un rapporto d’amore con la donna, ma soltanto a distruggersi e a distruggerla.

Intanto, adempie al suo lavoro quotidiano: è un poliziotto, e fa da scorta a un deputato. Ma lo adempie come un automa, il volto svuotato di espressività, perché, si intuisce, tutti i suoi pensieri convergono costantemente sul dramma della separazione. E anche quando porta con sé in pizzeria i figli che ha avuto dalla donna, dopo averli quasi rapiti, recita il ruolo del buon padre, ma con una meccanicità che se può essere inavvertita dai bambini, ingenuamente fiduciosi, non sfugge allo spettatore. E intanto l’ossessione cresce dentro di lui senza ostacoli, fino alle estreme conseguenze.

Ci si può chiedere: perché Ozpetek ha costruito un film corale intorno a un dramma individuale, riunendo, intorno al poliziotto, così tanti personaggi, tutti delineati rapidamente ma con molta esattezza (il deputato, la donna del deputato, il figlio del deputato, la suocera del poliziotto, l’insegnante dei figli del poliziotto, eccetera)?

Il quadro d’insieme potrebbe suggerire che l’ossessione dell’uomo si nutre anche della frustrazione sociale: lavora al servizio di un politico mediocre e disonesto, che per di più sembra aver messo gli occhi su sua moglie.

O anche, che nella patologia del poliziotto si condensa un malessere sociale multiforme, ma a cui altri personaggi sanno reagire positivamente.

Ma c’è un’altra ragione che mi pare più convincente: un’ossessione è ciò che via via ci isola in noi stessi, ci trasforma in una molecola abnorme nel corpo della vita sociale. E quell’abnormità, quella solitudine segreta, è ben evidenziata per contrasto dallo svolgimento ordinario della vita degli altri.

Tuttavia una riserva sul film ce l’avrei: Valerio Mastandrea, nel ruolo del poliziotto, è visivamente efficace, anche grazie a un’espressività facciale, giustamente, quasi azzerata. Ma quando parla con la moglie, nell’unico colloquio che hanno in macchina, la sua voce ha toni languidi e carezzevoli. Non lascia indovinare quasi mai, neanche nel fondo, la perfidia che si è risvegliata nel personaggio.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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