Il federalismo per il Mezzogiorno sarà doloroso ma necessario

di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca – da L’Occidentale di giovedì 2 ottobre 2008

Il federalismo può avere ragioni storiche, etnico-religiose o ecomiche. Nel caso italiano prevalgono senz’altro queste ultime. A ben guardare, il vantaggio principale di un sistema federale è che esso lega in modo univoco l’erogazione di un determinato servizio pubblico con il potere impositivo: il Comune ti tassa per coprire i costi di servizi come il trasporto pubblico, la nettezza urbana, l’anagrafe; la Regione per la sanità e gli altri servizi regionali; lo Stato per le sue funzioni non decentrabili, dalla giustizia, alla difesa, alla lotta alla povertà.

Il contribuente – individuo o imprenditore – sa quale ente lo sta tassando e per cosa, può valutare la qualità del servizio erogato e può sanzionare gli sprechi. Principalmente con il voto, ma anche cambiando regione o città, come si suol dire “votando con i piedi”. Detto in altri termini, il federalismo fiscale è un sistema competitivo dove i diversi territori possono competere tra loro per attrarre investimenti e nuovi contribuenti sulla base di tasse basse, buoni servizi, libertà economica.

Eppure, negli ultimi mesi, nel dibattito italiano si sta giocando al ribasso: la preoccupazione maggiore pare quella di non danneggiare nessuno, si rassicura il Mezzogiorno che i trasferimenti non diminuiranno e che vi sarà un robusto meccanismo di perequazione. Delle due l’una: o la riforma sarà vera e colpirà chi oggi gode di una rendita di posizione, oppure essa non modificherà di fatto lo status quo e allora non sarà che un maquillage di cui si può fare a meno.

Sessanta anni di assistenzialismo ci hanno consegnato un paese ferocemente duale, senza eguali in Europa. Circa 17 milioni di cittadini italiani vivono in regioni il cui reddito pro-capite a parità di potere di acquisto è compreso tra il 50 e il 75 della media dei 27 paesi dell’Unione (comprese Romania e Bulgaria), mentre altri 25 milioni di loro connazionali vivono in regioni il cui reddito supera (in alcuni casi in modo rilevante) il 125 per cento della media continentale. In Francia e in Germania circa il 4 per cento della popolazione vive in regioni nelle quali l’occupazione è inferiore al 90 per cento della media nazionale, in Italia si trovano in questa condizione più del 30 per cento degli individui.

Rispetto al Mezzogiorno, le politiche centraliste, “uniformi” e keynesiane – fisco accentrato, unico diritto del lavoro, stessi salari pubblici per aree diverse, trasferimenti – hanno completamente fallito: i contratti collettivi nazionali hanno messo fuori gioco, condannando al nero, una quota consistente dell’economia del Mezzogiorno; l’assistenzialismo ha drogato l’economia meridionale condannandola all’inefficienza, alla scarsa imprenditorialità, all’assenza di innovazione (si guardino le stime sul numero di brevetti per regione, per capirlo); i cospicui trasferimenti di risorse ai governi locali hanno condotto alla irresponsabilità cronica e alla scomparsa del taxpayer dalla dinamica democratica.

Anziché rassicurare che, cambiando tutto, nulla cambierà, si dica esplicitamente che la competizione tra i territori costringerà la società meridionale a scelte dolorose ma che, nel medio-lungo periodo, essa è l’unica via per una robusta crescita economica.

Inserito nell’Euro e privo (per ora) di regole per il mercato del lavoro che valorizzino il più basso costo di una manodopera sovrabbondante, al Sud non resta che l’arma fiscale per attrarre investimenti. Anziché invocare una maggiore redistribuzione in loro favore, i governi regionali del Sud dovrebbero accettare la sfida della competizione fiscale. Piuttosto che insistere solo sulle perequazioni – cioè sulla conservazione dello status quo – le regioni meridionali dovrebbero chiedere che alla riforma federale si accompagni contestualmente l’abbattimento generalizzato per dieci anni dell’imposta sul reddito di impresa per chi, italiano o meno, investa al Sud. Uno scambio, insomma: sì al federalismo ma in cambio di un’esenzione fiscale per le imprese che scelgono il Mezzogiorno. La misura avrebbe un costo sostenibile per l’erario (l’Ires dovuta dalle regioni meridionali è meno di 4 miliardi di euro) e creerebbe quelle condizioni favorevoli allo sviluppo economico e all’occupazione che decenni di trasferimenti miliardari al Sud non solo non hanno prodotto, ma hanno via via peggiorato. La riforma federale dovrebbe essere l’occasione che consenta al Mezzogiorno di fare nei confronti dell’Italia quanto l’Irlanda ha fatto rispetto all’Europa: recuperare il divario di investimenti e reddito sfruttando in chiave concorrenziale l’autonomia fiscale. Alla fine sarebbe meglio per tutti, anche per il Governo centrale e le regioni del Nord.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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