Un anello vaginale contro l’Aids

Da Corriere.it del 6 agosto 2008

CITTA’ DEL MESSICO – Un anello vaginale contro l’Aids: così la prevenzione del contagio da Hiv copia la tecnologia dei contraccettivi e si sta affinando. Nuove sostanze sempre più attive stanno prendendo il posto dei vecchi microbicidi e gli studi per valutarne l’efficacia si moltiplicano. Se è vero, infatti, che il vaccino si è un po’ allontanato dall’orizzonte (dopo gli insuccessi di alcune sperimentazioni condotte sull’uomo), è indispensabile studiare vie alternative di prevenzione. Una di queste studia l’effetto barriera nei confronti del virus, di sostanze che hanno un’attività antivirale e che dovrebbero prevenire il contagio per via sessuale. «L’idea – spiega Massimo Galli, infettivologo all’Università di Milano – è quella di utilizzare gli antiretrovirali, quelli che normalmente servono per curare l’infezione, e di somministrarli localmente sotto forma di gel o di candelette o, appunto, di anello vaginale».

PORTA DI INGRESSO – I farmaci sperimentati nei trial clinici presentati alla XVII Conferenza sull’Aids di Città del Messico sono essenzialmente tre: il tenofovir, il Tmc 120 (quello contenuto nell’anello vaginale) e il maraviroc. E sembrano mostrare una certa efficacia: alcune di queste sostanze vengono utilizzate di volta in volta prima di un rapporto sessuale, l’anello vaginale, invece, sembra mantenere l’effetto protettivo anche per tre mesi. «Il maraviroc – ha commentato Galli – è interessante. Normalmente viene somministrato per bocca ai pazienti e funziona bloccando il CCR5, un recettore che si trova sulla superficie dei linfociti e che favorisce l’ingresso del virus in queste cellule. Ma il Ccr5 si trova anche sui macrofagi, le prime cellule che il virus infetta quando entra nell’organismo. Bloccare questo recettore proprio sulla porta di ingresso del virus con un farmaco ad azione locale può essere utile».

CANDIDATI – Qualora si dimostrasse la loro effettiva capacità di proteggere dall’infezione, rimarrebbe però il problema di individuare le persone cui suggerire questa modalità di prevenzione e le situazioni in cui potrebbero essere impiegati. Le comunità femminili vedono di buon occhio la loro diffusione nei Paesi poveri dove è maggiore la diffusione dell’Aids. «I microbicidi – ha sottolineato Manju Chatani rappresentante dell’African Microbicides Advocacy Group in Ghana – potrebbero permettere alle donne di appropriarsi di uno strumento preventivo che possono gestire in prima persona».

Adriana Bazzi


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