Eluana mette le Camere contro la Cassazione

Un conflitto contro la libertà di cura

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 2 agosto 2007

E’ improbo districarsi nella giungla di sentenze e ricorsi su cui si gioca, da quasi un decennio, la partita giudiziaria legata al caso di Eluana Englaro. Ora che le Camere hanno deciso di sollevare un conflitto di attribuzione contro la Corte di Cassazione  –  ed è la prima volta che accade –  la questione si complica ulteriormente. E’ difficile comprendere e valutare i presupposti di un ricorso che dovrebbe – niente di meno – ripristinare il rispetto dello Stato di diritto e presidiare il principio della separazione dei poteri. Si tratta di un progetto ambizioso, cui non mi pare presti un apprezzabile e sufficiente servizio la tesi secondo cui la Corte di Cassazione avrebbe “travalicato i limiti della funzione ad essa affidata dall’ordinamento, esercitando in concreto attribuzioni proprie del potere legislativo in una materia che non è oggetto di disciplina legislativa”. Non so se l’argomento sia convincente sotto il profilo tecnico, ma certo suona sinistramente minaccioso dal punto di vista politico-culturale.
In linea teorica,  una coalizione liberale dovrebbe contrastare, non suffragare l’idea che le corti giudiziarie debbano applicare non solo la legge, ma anche l’assenza di legge, subordinando il riconoscimento di un diritto all’esistenza di una norma che ne disciplini, concretamente, l’esercizio. Il nostro sistema, per quanto diverso dal modello anglosassone, non è ancora totalmente riducibile a quello giacobino e alla pretesa di fare del Parlamento, come espressione della sovranità popolare, una sorta di “cassazione politica” delle sentenze dei tribunali.
A suscitare dubbi ulteriori è poi la sproporzione tra le parole e le cose, tra gli argomenti e le esperienze, tra una politica che si attarda a elucubrare dottrina sul disordine giuridico e una famiglia che intende ripristinare un ordine umano, una misura concreta di amore e di pietà, per la vita e la morte di Eluana. Questa sproporzione, che le Camere, a quanto pare, non hanno avvertito, non ha nulla a che fare con la fondatezza del ricorso. Ma non è estranea al suo significato civile.
Infatti, se i presupposti del conflitto di attribuzione sono incerti e i suoi sviluppi imprevedibili,  di maggiore chiarezza e di più leggibile coerenza è il senso politico di questa operazione. Da questo punto di vista, il conflitto di attribuzione non sembra propriamente volto a difendere le prerogative del legislatore dalle usurpazioni di una magistratura disinvolta, quanto piuttosto ad arginare il lento scivolamento del principio della libertà di cura verso interpretazioni, che non le “forzature” dei giudici, ma la mutata realtà delle medicina, della malattia, e del rapporto tra cura e salute, rendono obiettivamente dirompenti. Che  un atto medico comporti il consenso necessario, libero e revocabile del paziente è un dato di diritto indiscutibile. Ma è un dato di fatto che il consenso prestato o revocato implica oggi conseguenze assai diverse da quelle che immaginavano, ad esempio, i costituenti. L’articolo 32 della Carta costituzionale significa nel 2008 qualcosa di profondamente diverso da quello che significava nel 1948. Sono, nel frattempo, mutate sia la natura sostanziale sia le condizioni formali di esercizio della libertà di cura, che viene oggi preventivamente rivendicata rispetto ad un rischio fino a pochi decenni fa inimmaginabile: quello di un interminabile morire, prorogato da uomini e macchine capaci di surrogare le principali funzioni vitali e di “salvare” un corpo occupandolo e sostituendosi ad esso.
La manovra parlamentare contro la Cassazione prepara dunque il terreno ad un’iniziativa legislativa che organicamente circoscriva e severamente limiti la portata giuridica di un principio – quello sulla libertà di cura – suscettibile, di fatto, di implicazioni eutanasiche. Non sono troppo sicuro che, all’interno di un partito come il Pdl, in cui l’ebbrezza valoriale tende ampiamente a sopravanzare la prudenza liberale, tutti siano pienamente consapevoli delle implicazioni di questa “svolta culturale”. Affermare il no all’eutanasia limitando la libertà terapeutica, discriminando moralmente la volontà dei pazienti, e ammettendone o rigettandone le scelte a seconda della loro coerenza “politica”, significa distruggere, dal punto di vista civile, prima che giuridico, il fondamento della pratica e della deontologia medica. E non verrà, temo, alcun vantaggio dalla scelta di combattere il Terrore dell’eutanasia di stato con la Vandea della cura di stato.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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